Non è mai troppo tardi.

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Non è mai troppo tardi per niente.
Specie per qualcosa per cui si è lottato, qualcosa per cui si sono spese energie che nessuno mai potrà immaginarsi, primi tra tutti quelli che non hanno fatto altro che esserti detrattori incalliti a prescindere, magari perché secondo la loro esperienza e il loro giudizio assoluto, tu non saresti stato in grado e basta.
Come fanno le persone che ti guardano da fuori senza mai chiedersi il perché tu faccia così tanto per qualcosa che sembra talmente irrealizzabile da farti passare per folle, a dirti che sbagli.
Nessuno può sapere cosa ti spinga ad andare ad allenarti sotto l’acqua con quattro gradi a Gennaio sapendo che tanto per ogni cosa tu possa fare, la Domenica sarai a guardare i tuoi compagni in tribuna, magari pure lì sotto l’acqua e con quattro gradi di temperatura.
Ma tu c’eri.
Nessuno può immaginare la soddisfazione provata dopo un allenamento in cui hai tirato fuori qualche coniglio dal cilindro, magari compiendo dei miracoli in una, secondo loro, inutile partitella del Venerdì che per te è tutto, nonostante tu sappia già che per quanto osannato e supportato dai tuoi compagni, che nel corso degli anni hanno capito quanto tu tenga a questo sogno e che per questo consideri dei fratelli e non dei semplici compagni di squadra, Domenica li sosterrai e osannerai a tua volta si, ma comunque in tribuna.
Nessuno ha idea di cosa significhi vivere uno spogliatoio come quelli che ho vissuto io.
Magari sarò stato fortunato, ma dove sono andato era sempre una grande famiglia e non una squadra di calcio, e inizio a credere che il calcio sia più una questione di sinergia tra singoli piuttosto che uno sport in cui vince chi è più forte tecnicamente:
se uno ha un certo tipo di propensione nei confronti dell’amicizia prima che del semplice “esser nella stessa squadra”, questa propensione si espande a macchia d’olio e coinvolge tutti sotto la stessa stella fino ad arrivare al punto in cui ogni singolo componente del gruppo la pensa come l’altro e così via, lottando assieme dentro e fuori dal campo, andando oltre gli obiettivi personali e mettendo davanti a tutto e tutti l’integrità del gruppo prima che la propria. Perché quando il gruppo è sano e coeso, le vittorie arrivano di conseguenza.
Nessuno di quelli che leggono solo il giornale al Lunedì e vedono che nelle formazioni non ci sei mai può anche solo figurarsi l’importanza che abbia per quella vittoria, pareggio o anche sconfitta, tutto il lavoro di ogni singola persona durante la settimana.
Perché il calcio non sono i 90 minuti della Domenica cari miei, il calcio sono i 4 allenamenti a settimana da 2 ore, sono i viaggi in macchina per andare e tornare dal campo, sono le battute mentre ci si cambia, sono i torelli prima di iniziare allenamento, sono le bestemmie quando uno gira la manopola dell’acqua sotto la doccia e ti fa bruciare vivo, sono le scarpe che non si trovano, la roba bagnata, sono le cene e le serate tra compagni, sono i tifosi che vengono a sostenerti pure in settimana al campo mentre ti alleni con ogni condizione meteo pensabile su superfici o dure come l’adamantio o molli peggio che sabbie mobili, sono i discorsi del Mister al Martedì dopo la partita della Domenica che si sia vinto o perso, sono i pranzi domenicali e i pre-partita cabalistici assieme a tutte le tradizioni da rispettare, sono i messaggi sui gruppi di Whatsapp, sono le esultanze ed i festeggiamenti in spogliatoio dopo una vittoria e sono le domeniche sera passate in silenzio ragionando sui 4 fischioni presi qualche ora prima.

Il calcio per me è questo.

Ed è per questo che da 5 anni a questa parte non ho mai mollato e ho continuato ad inseguire il sogno che a tanti ha regalato grasse risate, motivi di presa per il culo, scherno o dimostrazioni di scoraggiamento continue, a volte anche solo sostenendo che io non potessi far parte di una realtà tale solo perché non giocassi alla Domenica.
Ma forse queste persone non hanno mai avuto la consapevolezza che io dalla mia avessi molti più motivi per andare avanti piuttosto che fermarmi dando ragione a loro e alle loro considerazioni da scouter/allenatori/presidenti/commentatori tecnici.

E questi motivi di sicuro non erano legati al fatto di dover dar loro dimostrazione che fossi in grado di arrivare a qualcosa in cui nessuno avesse mai creduto.
Di loro me ne sono sempre fregato e gli ho dato meno considerazione di quella che dò agli ambulanti che vendono le rose in piazza o in passeggiata, tanto per capirci.

Io non dovevo mollare per rispetto delle persone che in me credevano anche solo dandomi la possibilità e l’onore di vestire una felpa d’allenamento, per gratitudine e riconoscenza nei confronti di chi avesse avuto il coraggio di farmi firmare un cartellino facendomi diventare così parte di una rosa di giocatori tesserati.

E soprattutto, non ho mai mollato per rispetto nei confronti dei miei compagni di squadra.
Perché per quanto si possa esser d’accordo o meno, fidatevi che vedere uno come me, un secondo o terzo portiere con 7 panchine ufficiali in 5 anni, andare a tremila sempre e comunque (ovvio, anche io con giorni in cui piuttosto che allenarmi sarei andato a picchiare il ferro in miniera), senza prendere una lira di rimborso che al giorno d’oggi sembra esser l’unico modo per far uscire fuori il 100per100 ad alcuni SuperGiocatori troppo forti per stare in certe categorie e che si permettono di non allenarsi o giocare se gli slitta di una settimana l’ultimo di 10 assegni da 1500euro ma questo è un altro discorso, serve ad ognuno degli altri 23 o 24 giocatori della rosa come stimolo a dare sempre il massimo.

Non ho mai mollato nonostante il destino mi abbia messo di fronte a pugili con dei diretti più forti di Tyson, facendomi sfiorare per ben 3 volte l’esordio poi sfumato per motivi che avrebbero portato chiunque nella mia situazione e con il mio background a dire:
“ma vaffanculo voi, il calcio, l’esordio e il sogno che sia. Smetto, mollo”.

Invece no, testa di cazzo che sono stato e grazie al cielo a questo punto, ho imprecato, tirato palloni fuori dal campo, spaccato porte e lanciato borse giù nelle fasce di casa mia.
Ma il Martedì ero comunque sempre lì, seduto al mio posto in fondo a destra e pronto a far sempre meglio andando oltre i miei, fin troppo evidenti, limiti.
E forse proprio questi cartoni nel muso mi hanno dato la voglia e la forza di far sempre di più e, parole di allenatori e compagni di squadra, a migliorare per dimostrare anche a me stesso che potevo fare sempre meglio di ieri ma peggio di domani.

Evidentemente non ho sbagliato ad andare contro la maggior parte di chi mi voleva seduto a casa a vedere Sky in settimana la sera o a lavorare dai miei la Domenica a pranzo.

Perché ce l’ho fatta.

Tutti gli sforzi si sono tradotti in una inaspettata quanto grande, sempre parole di compagni e allenatori, prestazione Domenica scorsa.

Mezz’oretta di emozioni e adrenalina a mille.
Adrenalina che mi ha fatto tirare una stampellata al primo rinvio dal fondo con palla in fallo laterale, ma che poi mi ha fatto fare un secondo rinvio in cui l’ho tirata oltre la trequarti loro dritta per dritta, palla colpita come mai fino ad allora.
Adrenalina che mista alla concentrazione assoluta mi ha fatto fare una parata in contro-tempo su un tiro con deviazione decisiva di un mio difensore e che ha fatto alzare tutta la panchina e tribuna, ad applaudire il mio gesto.
La miglior, e per ora unica, parata ufficiale della mia carriera.
Ma secondo me in quel momento stavano applaudendo più l’uomo che il portiere, perché loro erano davvero tutti quelli che condividevano e da sempre avevano capito il perché del mio voler realizzare quel determinato sogno.

Chiunque lo meritava, quel giorno era lì.
Presente fisicamente o comunque dentro di me per gli ultimi 10 minuti in cui, scesa l’adrenalina, ho potuto pensare a tutti gli anni precedenti, alle persone, ai momenti difficili e a quelli bellissimi vissuti assieme a loro.
E non mi vergogno a dire che ho pianto e che tutt’ora se ci penso mi vengono i brividi.

Se avessi saputo che alla fine avrei provato emozioni simili, grande prestazione o meno, mi sarei fatto di sicuro molti meno problemi o pensieri nel corso degli anni.

Lo ha detto anche un certo Michael Jordan e ci sarà un motivo:
“non ridete di me, non ridete. Perché i limiti, come le paure, sono spesso soltanto illusioni”.

 

Esordio a 29 anni e 11 mesi in Eccellenza, porta inviolata per mezz’ora.
Non sarà tantissimo, ma mi sono divertito.

Non è mai troppo tardi davvero.

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