all is fair in love and war

20220310_213701

All is fair in love and war era il titolo di un cortometraggio di cinema muto dei primi del ‘900. 1908 per esser precisi. La frase di per sè sembra un invito all’apertura verso due argomenti totalmente opposti nell’ideale collettivo moderno e, mi lancio in questa contestualizzazione decontestualizzata (come mi piacciono le figure retoriche, non si capisce vero?), anche nei primi anni dello scorso Secolo. La traduzione letterale recita e trascrivo testuale “tutto è lecito in amore e in guerra”. Che poi si possa sostituire il termine -lecito- con concesso o giusto poco importa, perchè ciò che realmente dovrebbe lasciare spaesati pur trattando argomenti come amore e guerra che per quanto distanti ad alcuni, sono alla portata di tutti -tipo la famosa scena di John Travolta mentre aspetta Uma Thurman in Pulp Fiction (come mi piacciono le citazioni cinemaniache, non si vede manco un pò vero?)- è la scelta stessa di ciò che evoca la parola “concesso“. Senza dimenticare l’accompagnamento del “tutto“. Ci troviamo di fronte ad una frase entrata poi a far parte della cultura di massa, che ha lasciato e lascia adito alle più disparate teorie riguardo che cosa, a chi e perchè dovremmo concedere il nostro tutto, un pò anche quello degli altri a seconda della situazione a dire il vero, in due dei forse più complicati momenti di fronte ai quali ognuno potrebbe trovarsi lungo il filo della vita. Uno molto probabilmente lo si cercherà di evitare con tutte le speranze, l’altro lo si andrà a cercare anche nei vicoli più stretti e nascosti. A volte è disarmante, tanto per restare in tema, come due cose talmente opposte siano però legate tra di esse indissolubilmente da una medesima idea di fondo. Basti pensare ad esempio a quante guerre siano scoppiate a causa dell’amore, e perchè no, anche a quanti amori possano esser nati durante o dopo la fine di una guerra che al contrario non avrebbero mai avuto ragione di essere. Non è questo il luogo dove voglio trattare in profondità questi determinati episodi, mi servivano per arrivare qua. 114 anni fa, menti abbastanza illuminate e con propensione verso il futuro come registi e cinematografi, producevano un cortometraggio basandosi sulla concezione secondo la quale qualsiasi cosa che si facesse in amore così come in guerra, andava bene. Penso sia alla portata di tutti affermare che una idea simile fosse folle. E la sia tutt’ora. E allo stesso modo, pur non avendo indagato, immagino che gli autori abbiano voluto fortemente giocare sul dualismo creato da una titolo del genere. Eravamo ricordo ai naviganti, nel 1908. Ora vi spiego la trama del cortometraggio: tre amici entrano in competizione quando si mettono a corteggiare una bella ragazza. Ogni volta che uno di loro cerca in qualche modo di rendere omaggio alla giovane, gli altri due gli mettono i bastoni tra le ruote. Non vincerà nessuno dei tre perché alla fine interverrà un poliziotto che scapperà via con la ragazza. Mi state seguendo? Siamo ancora oggi fermi immobili a ideali di 114 anni fa. L’uomo che si evolve da milioni di anni e fa passi avanti nella scala evolutiva periodicamente, per quanto possa aver inventato tutto ciò di cui usufruiamo nella nostra quotidianità, in questo caso è rimasto bloccato a concetti di più di un secolo fa. Merito della lungimiranza dei produttori millenovecentotteschi del film, o demerito nostro e dell’incapacità di andar oltre certe convinzioni a questo punto universali? Ai posteri -perchè penso che anche il nostro slot evolutivo sia incapace di trovare una risposta purtroppo- l’ardua sentenza (come mi piace citare passi di immense opere letterarie non si vede manco un pò, vero?). Adesso mi sento del tutto leggero e posso iniziare liberamente a svolazzare qua e là nel campo di girasoli dell’argomento di cui voglio trattare.

Sono triste e contrariato. Mai avrei pensato su questo blog di parlare di una guerra nel mentre che la si stesse combattendo. Anche in questo momento, ogni lettera che batto sulla tastiera potrebbe corrispondere ad uno sparo o ad un urlo. E per quanto possa sembrare una frase filosofica e scontata, non diamole una connotazione sbagliata; mettiamocelo in testa, mentre siamo intenti a vivere la nostra quotidianità a non più di 3-4mila km persone come noi sono in guerra. Una guerra vera, non di realtà virtuale. E le persone coinvolte non fanno parte di nessun universo parallelo o di chissà che zona del Mondo a noi remota, come potrebbe sembrare una delle svariate guerre in Africa o Sud America -ma quelli son luoghi distanti, lasciamoli dove sono tanto non ci toccano- che sia. L’Ucraina invece è dietro l’angolo, l’Ucraina per qualche motivo ci tocca. Lì la guerra, a chi più o chi meno, ci unisce. Rendiamoci conto: sono due anni che ci scanniamo a volte con fermento misto a gioia, per una cosa della quale giuro che non parlerò mai in questa sede, e adesso come per magia ci uniamo tutti sotto il fuoco acceso dell’ingiustizia che l’invasione russa ha provocato in ognuno di noi. Ci sentiamo giustificati nell’esserlo, perchè esser contro una guerra è concesso. Sia chiaro, sono il primo ad esserne contrario e spero che tutto finisca più in fretta possibile, ma allo stesso tempo mi fa molto pensare che sia stato lo scoppio di una guerra a farci tornare a ragionare di insieme, guerrapiattisti esclusi. Fa avere quasi una percezione migliore di sè stessi. Tutto mentre davanti ci scorrono immagini di famiglie in fuga, mamme e bambini in condizioni complicate, città sventrate, vittime. Davvero ci voleva una guerra per farci sentire brave persone che son contro la guerra? Certe cose per me non devono esistere e certi concetti devono evolversi. Guerra o amore che sia, non è concepibile che tutto sia concesso, devono esserci delle regole. Da bambini, gli stessi che adesso vediamo e per i quali siamo dispiaciuti, possono non esserci regole e tutto può esser concesso. Quando giravamo in bicicletta sotto casa con nostra sorella, quando con i nostri genitori passandoci davanti cercavamo di indovinare i gradi dei termometri delle farmacie, quando stavamo in mezzo a mamma e papà sul divano con un dito in bocca da una parte e uno a girare i capelli magari strappadone anche dall’altra, quando invece che farci dormire da soli in cameretta ci facevano stare con loro toccandogli le orecchie rigorosamente fredde, perchè sennò calde non fungevano da ninna nanna. E perchè no, magari lo facciamo anche da grandi nel letto con il nostro partner che sbuffa o ci sfancula, ma alla fine trattandosi di amore ci concede questo vizio che ci portiamo fin da piccoli. Notare bene, anche in amore a mio avviso non è così giusto che tutto sia concesso e che non ci siano regolette e rispetto dell’altro. Ma fino a che si tratta di farsi accarezzare orecchie o guance per far sì che la fidanzata si addormenti meglio, non so perchè ma penso che tutti voi che state leggendo sarete d’accordo con me sul fatto che siano dei vaffanculo ma detti o pensati con il cuore pieno di amore. Perchè lasciarci fare degli slalom in corridoio appendendosi al muro tipo Matrix per scivolare meglio in curva, così da raggiungere in questo modo divertente il bagno quando eravamo delle bambine iperattive. E perchè non farlo tutt’ora quando sentiamo di essere in una giornata particolarmente atletica. Io abbracciavo chi dei miei genitori mi asciugava i capelli colpendoli sui fianchi come se tenessi un ritmo, tagliavo i capelli a mio nonno mentre dormiva. Avevo certo delle regole, ma mi veniva concesso quasi tutto perchè ero un bambino e ne avevo come tutti il bisogno. I bambini hanno bisogno che gli venga concesso quasi tutto, perchè non sono capaci di approfittarsene e laddove combinassero qualche stupidaggine, sarebbe sempre e comunque un qualcosa di ingenuo e in buona fede. I bambini non sanno far del male agli altri consapevolmente. Ecco che cosa dovrebbe accomunarci tutti e farci ragionare univocamente, ecco che cosa ci deve unire. La consapevolezza che ognuno di noi il tempo in cui tutto ci è stato concesso lo abbiamo avuto. Perchè poi ad esempio in un niente a volte si diventa genitori, e si inizia a concedere a nostra volta il nostro tutto alla nostra ragione di vita (si ho ripetuto tre volte lo stesso termine!) e non facciamo in tempo ad abituarci all’idea del senso di pienezza che una creatura tanto piccola sia in grado di darci, che già ci sentiamo svuotati quando per qualsiasi ragione dobbiamo distaccarci da essa. Il nostro tutto al quale concediamo tutto che diventa niente, pur restando tutto. Bel casino del cazzo l’amore puro verso qualcuno, quasi che era meglio una guerra in medio Oriente tanto son distanti -scherzo ovviamente-. Crescendo ci dobbiamo evolvere, imparando a fare a meno di qualcosa che da piccoli non potevamo e soprattutto che il Mondo in cui viviamo è fatto di regole in cui l’utopia di inizio ‘900 del tutto è concesso, amore o guerra che sia, in realtà altro non funge che da una mera illusione creata ad hoc e sulla quale basare il nostro processo evolutivo. La frase magari andrebbe riscritta:

“quasi tutto è concesso da bambini, qualcosa in amore e nulla, si spera, in guerra”

Ci fosse mai qualche dubbio, penso che i bambini ucraini -ma come loro tutti gli altri bambini coinvolti in qualsiasi conflitto che ci sia mai stato, allo stesso modo delle mamme, dei papà, delle donne, degli uomini e degli anziani- se potessero scegliere, sicuramente vorrebbero che gli fosse concesso tutto adesso, per poi poter sapere cosa concedere e cosa no un domani in amore, ed essere in grado di scegliere di non concedere nulla in nessuna guerra, perchè sarebbe un concetto del tutto superato e senza motivo di esistere.

Sembra quasi un discorso da film demenziale sui concorsi di bellezza, ma ahimè è la squallida realtà in cui ci troviamo. Mi sa che a qualcuno da piccolo e successivamente in amore in età adulta non è stato concesso nulla e si sta rifacendo con gli interessi scatenando guerre.

Mi han chiesto che cosa farei se rinascessi Putin o qualunque altro personaggio che nella storia è stato artefice di conflitti e morti evitabili, ho risposto solamente che saprei di dover nascere dal culo.

Grazie Elena, Marta, Giorgia, Martina, Giulia, Francesco e Matteo. Pochi, ma indispensabili alla stesura. A volte da un ricordo si sviluppa un argomento.

Continua a leggere