tutto O niente

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Capita molto spesso a ragazzi o ragazze non per forza sinonimi di bellezza cristallin-pura e finita, di trovarsi di fronte a situazioni nelle quali si lanciano verso un’altra persona allo stesso modo di come farebbero con un paracadute malconcio da un aereo a 6000 metri di altitudine.
Gli epiloghi sono tra i più svariati immaginabili.
C’è chi piglia più granchi della Sirenetta, c’è chi si dispera perché il paracadute non gli si apre, chi vede sempre altri godere dei suoi sforzi, chi non si butta e rimane sull’aereo, chi vede gli altri realizzare i propri “sogni”, chi impreca inventandosi insulti degni di Walt Disney e, tra gli altri scenari, anche quel soggetto random più unico che raro al quale il paracadute si apre.

Ecco bene, quello non sono io.

Io, come penso parecchi altri, sono quel tipo di persona che scavallati i 30 anni si pensa voglia conoscere una ragazza da zero per diventare grandi amici.
Quel tipo di persona che di amiche ne ha tantissime da anni e anni e più che rodate e assodate come si suol dire, ma che secondo qualcuna non sono abbastanza.
Forse quel tipo di persona che deve essere talmente descritta come fuori dall’ordinario e di sani principi e valori, tra i quali il rispetto del prossimo con un occhio di riguardo verso il gentil sesso, cosa che non ci vuole Einstein per affermare che si sia perso del tutto in ogni luogo, modo e lago, da pretendere per forza che faccia parte del proprio cerchio dell’amicizia.
Un pò come dire:
sei perfetto, senza te è difficile stare perché mi dai quello che coloro ai quali la dò e appago sessualmente e con l’amore puro, non mi danno.
Detta male?
Da te voglio tutto tranne che il cazzo, quello me lo dà già il mio ragazzo.

E se niente niente uno dicesse di no per rispetto della propria intelligenza e amor proprio, si troverebbe davanti a scenate che quasi potrebbero sembrare peggio e più isteriche di quelle di una fidanzata.
Che sarebbe poi quello che voi avreste voluto e per cui vi trovate a fare certe discussioni.

Un delirio, si capisce solo dal quanto sia complicato spiegarlo.

Troppo facile per una ragazza o ragazzo che sia, vale per ambo i sessi sia chiaro, rifiutare qualcuno e poi avanzare pretese nei suoi confronti facendo leva sulla consapevolezza che questa persona abbia più che un debole.
Penso che nessun essere vivente alla veneranda età di 30 anni si svegli una mattina e decida di farsi avanti con una persona mai vista e mai conosciuta con l’intento di aggiungerla alla lista delle proprie amicizie invitandola ad uscire, a cena, cinema o dove cavolo sia.

Non penso che una ragazza che nel giro di un anno abbia avuto a che fare con più persone di me in tutta la vita quasi, abbia bisogno di avere per forza nel cerchio della fiducia alla Robert De Niro in “Ti presento i miei” uno dei pochi con cui non ha concluso nulla, perché magari la capisce meglio degli altri.
Se davvero così fosse, non ci sarebbe manco da parlare e non ci sarebbe altro all’infuori di loro due.
Se c’è dell’altro, allora è giusto che tra di loro non ci sia nulla. Di cosa parlerebbero, delle storie amorose, del perché abbiano litigato con il partner la sera prima? O magari guarderebbero assieme le foto dell’ultima vacanza tutta a cuori, o si darebbero la buonanotte da due letti diversi ma dei quali uno solo riempito da due persone? Un’amicizia basata sul finto interesse dell’altro, quando l’unico interesse sarebbe quello che non si potrebbe esaudire.

Nessuno è nato per essere ciò che vuole un altro.

Perciò cari miei e care mie, se non volete perdere queste persone che diventano imprescindibili per voi e la vostra vita solo dopo che le avete sfanculate e le avete portate all’esasperazione, pensate subito al perché si siano palesati nella vostra quotidianità dal nulla e non cascate dal pero dopo mesi con le classiche esternazioni tipo:
“ah ma io pensavo volessi esser mio/a amico/a”.
Amici di sto cazzo, ecco gli unici amici che potete essere.

E se dovete optare per scelte opposte a quelle che sono chiaramente le loro, prendetevi le vostre responsabilità e siate sempre e dico sempre, pronti a ricevere in risposta al vostro:
no
un:
va bene, allora ciao“.

Se uno vede in voi il suo tutto, non potrà mai esistere mezza misura.

O sarete tutto, o non sarete niente.

TUTTO o NIENTE.

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aver NON-bisogno

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Quante volte durante le giornate diciamo o pensiamo la frase “ho bisogno di“.
Apriamo gli occhi e facciamo il planning di ciò che ci aspetta per le 14 in media ore conseguenti.
Quindi avremo bisogno di andar dal benzinaio per fare il pieno alla macchina, bisogno di prelevare, di chiamare quel cliente piuttosto che quel fornitore, di andare in lavanderia, chiamare la mamma, partner, amico..
Tutto ruota attorno al concetto di bisogno di qualcosa senza la quale crediamo di non essere in grado di ultimare o esaudire qualcos’altro.
Come se da soli non fossimo in grado di fare nulla.

Ora, capisco che non tutto sia fattibile da soli, non possiamo pensare ad esempio di prelevare dal bancomat senza il bisogno stesso del bancomat o di lavare la roba senza l’aiuto della lavatrice.
Non mi sono bevuto il cervello shakerato, sia chiaro.

Sto parlando di tutte le altre occasioni, concrete o mentali (per non dire astratte che non mi piace l’accezione che dà) nelle quali veniamo assaliti dal dubbio e dalla paura che quel che siamo e facciamo da soli non sia abbastanza.
In senso lato.

Abbastanza bello.
Abbastanza intelligente.
Abbastanza figo.
Abbastanza matto.
Abbastanza riconoscibile.
Abbastanza utile.

Abbastanza tutto.

E iniziamo (iniziate, iniziano, come meglio credete) a cercare consensi esterni proprio per il bisogno di raggiungere la consapevolezza personale che ciò che si fa o si è fatto, ottenga l’approvazione degli altri.

Ormai basta aprire un attimo gli occhi per rendersi conto di come la quasi totalità delle cose non si faccia più per la soddisfazione personale, ma per il bisogno di doverlo far vedere a qualcun’altro.

Volete farmi credere che quando si fa una foto con il culo di fuori in bella vista e si scrive in didascalia “sguardo al futuro e mai più indietro”, sia per la bellezza della frase, per la profondità del concetto, o per il bisogno di far vedere che si ha un culo (e non dico “bel” perché a volte sono cose inguardabili) e si ha ancor di più il bisogno che le persone guardandolo si facciano una qualche tipo di idea e degli apprezzamenti che senza quella foto non si sarebbero mai ricevuti ed ottenuti?
Mi volete convincere che pubblicare una foto in perizoma con scritto “ho la febbre” sia per il bisogno di tachipirina a domicilio?
O che farsi le foto in Ospedale al Pronto Soccorso, sia per il bisogno che qualcuno chiami il 118 al posto loro, in quanto impossibilitati perché impegnati a farsi un selfie nel profilo migliore che hanno?
O che farsi una foto allo specchio in bagno fasciati da un asciugamano che lascia ad intravedere qualcosa di voi sia per il bisogno di far vedere a tutti che vi siate lavati?
E che aprire un qualsiasi profilo Instagram e vedere 250 selfie sempre uguali con le stesse espressioni sia per il bisogno di avere consigli sul make-up o sul colore dei capelli??
O che per esporre un qualsiasi stato d’animo e scrivere una qualsiasi frase ci sia il bisogno di doversi fare una foto in solitudine, di schiena, in posa da modelle o modelli che guardano all’orizzonte, al cielo, in primo piano con il sorriso o con qualche pezzo di corpo denudato o con chissà che mezzo per far passar tutto in secondo piano e far focalizzare l’attenzione dello spettatore su ciò che in effetti si ha il bisogno di far vedere?

Potrei andare avanti milioni di anni.

Diciamocelo avanti,
ma che BISOGNO c’è di tutto questo cinema o di questo vivere per forza e sempre con il bisogno di approvazione e ricerca di metodi per avere tale approvazione esterna??

Vi assicuro, perchè lo sto provando ed anzi ormai l’ho bello che provato e testato sulla mia pelle, che non esiste nessuna sensazione e stato d’animo migliore di quando ci si sveglia la mattina senza sentire il bisogno di nessuno che non siate voi stessi e quello che siete senza che nessuno vi dica “bravi”.

Il vero bisogno, è l’aver non-bisogno.

Buona giornata.

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social•mente inutili

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Viviamo a Finale, in provincia di Savona.
Se proprio ci vogliamo allargare diciamo che siamo in Liguria.
Un buco di culo sperduto nel Mondo, roba che qualcuno quando dici di dove sei cerca su Google porco il vostro.

E riusciamo a farla credere da matti a dei personaggi di paesi di 10mila cristiani manco fossero tutti Justin Bieber, Brad Pitt o Cristiano Ronaldo.
Per non parlare di nani da giardino che si credono tutte Emily Ratajkowski, Chiara Ferragni o Selena Gomez.
E per farla credere intendo proprio sentir frasi tipo “ah, mamma mia ma è lui, quello famoso”..
Famoso a Finale Ligure zio porcone infame maiale, a FINALE LIGURE ZIO CANE!
O magari sentir dire “eh ci sta che se la tiri e che non ti risponda o ti saluti, lei è la più figa di tutte” in una discoteca dove se le conti ci saranno 30 ragazze in tutto.
E comunque sempre in paesi di 10mila anime.

Frasi del tipo “il Re dei social” o “la Regina di Instagram” vanno bene per personaggi con milioni di seguaci e comunque per esseri umani che anche senza l’aiuto dei Social Network sarebbero conosciuti e famosi comunque, gente che non ha bisogno di comprarsi i seguaci per arrivare a 20mila.. 20mila 😂😂😂😂 e si sentono famosi. Roba che se uno davvero famoso pubblicasse una foto nera arriverebbe in 3 minuti a 200mila like. Roba per la quale questi geni del social-marketing devono fotografarsi nudi o in pose super-hot ad altissimo tasso erotico-sfigatico per festeggiare i 1000 like e stappare bottiglie comprate alla Conad, o per pubblicizzare un brand che manco se mi pagassero metterei mai addosso.

Ah, e se volete fanno anche “collaborazioni” per aiutarvi nello sviluppo e rafforzamento dell’immagine della vostra impresa o azienda.

Tipo la sagra del baccalà marinato.

È proprio vero che come si suol dire, “basta uscire dai garbassi” per accorgersi di cosa sia davvero la vita e di come funzionino relamente le cose.
E di che posto triste in cui siamo nati.
Meraviglioso ambiente, clima, vita.
Ma con della gente che se la infili in una realtà dove sarebbe una delle tante persone in una strada qualsiasi, ma battuta da 100mila altri esseri viventi, penso che non durerebbe 1 mese senza la sua fama da paese.

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H•b•day al mio Blog

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Volevo oggi festeggiare con tutti coloro che leggono, hanno letto, leggeranno e anche con chi non legge (che sono la percentuale più alta in proporzione al numero di persone che potenzialmente potrebbero aprire almeno una volta nella loro vita la pagina web del mio blog) il primo anno di vita appunto del mio blog.

Non ho guadagnato mezzo centesimo, per assurdo ci ho rimesso per via dell’acquisto ed il rinnovo del dominio.
Ma non è un problema.
Come avevo detto e sottolineato, non mi lanciavo in questa avventura per una questione economica o per farci dei soldi.
Certo se fossero arrivati dei risultati non ci avrei sputato sopra, ma devo dire che per il primo anno gli insights (i dati relativi accessi, click, ecc) mi hanno più che soddisfatto.

Se non altro per la quantità di persone che fanno di esso un motivo di cui parlare in giro, piuttosto che in occasioni del tutto casuali, con me.
Per il numero di persone che ho conosciuto grazie ad esso, che potrà sembrare strano, ma sono state davvero parecchie e tutte molto gradite.
Per la posizione di blogger che involontariamente ho acquisito per qualcuno dei miei più fedeli, e che ringrazio immensamente, seguaci.
Mi sono trovato sul serio da un giorno all’altro ad esser considerato uno scrittore e pensatore, quando invece l’unica cosa di diverso che facevo rispetto al giorno precedente, era di scrivere le cose che pensavo su una pagina “.com” invece che sul mio profilo Facebook.
Ho capito soprattutto che niente come lo scrivere è legato indissolubilmente al proprio stato d’animo e alla condizione psico-fisica che si sta passando in un determinato momento della nostra vita.

Quando vediamo tutto perfetto e luminoso e la nostra vita ci sembra perfetta, scriviamo cose bellissime e profonde, tutte a cuori e indubbiamente piacevoli alla lettura.
E quando si sta male e ci si chiude in casa cercando di stare il più possibile lontano da circostanze sociali alienandosi dal Mondo, a differenza della situazione prima citata, non siamo assaliti da un blocco e dal rifiuto, ma anzi forse è proprio lì che escono fuori i testi ed i pensieri migliori, profondi, introspettivi e più gratificanti per noi stessi.
Perchè ci spogliamo di ogni difesa e ci autodefiniamo con le nostre stesse mani.
Ed è bellissimo se si capisce che non è una manifestazione di debolezza, quanto una forza immensa accompagnata da un coraggio ancora più grande.

Quello di scriverlo.

Mai come da un anno fa a questa parte, ho capito e provato sulla mia pelle come la scrittura sia il luogo perfetto in cui rifugiarsi e sfogarsi, tirando fuori tutto e senza far capire nulla.
Perchè nulla riesce a mimetizzare uno stato d’animo come una metafora o una qualsiasi figura retorica usata bene.

Spero di avere sempre questa voglia di affrontare il mio stare male se mi porta a scrivere come faccio di consueto, perchè la voglia di stare bene è fin troppo scontato anche solo dirlo.

Con questo ringrazio di nuovo tutti i miei lettori e auguro al mio piccolo diamante un pò meno grezzo, di crescere sempre meglio e arrivare dove il suo creatore, ideatore e foraggiatore, non pensa si possa neanche avvicinarsi con il binocolo.

Ma sognare non costa nulla, CIT.

AUGURI RAGAZZOSCONSIDERATO.COM

P.S. comunque un quasi 20mila click te li sei fatti in un anno.

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batti le mani schiocca le dita fatevi furbi tutta la vita

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La canzoncina fenomeno virale che gira ovunque “batti le mani schiocca le dita umore alto tutta la vita” nonostante provenga da uno dei programmi più demenziali del tubo catodico italiano, rappresenta perfettamente la vita di ognuno di noi:

una persona meno attraente e prestante fisicamente, che fa della cultura e dei modi la sua caratteristica determinante e cavallo di battaglia, dice chiaramente che ha dei limiti emozionali e affettivi all’interno di un contesto sociale dove si creano “vicinanze” tra bei ragazzi e belle ragazze.
Magari per via del fatto che dall’alto della sua intelligenza ha capito che là dentro viene apprezzato fino ad un certo punto, e che diciamolo schietti schietti, se c’è da chiavare non viene preso in considerazione come gli altri suoi coinquilini.
O magari solo perchè l’esperienza gli ha insegnato che prima di lui, una ragazza ne sceglierà e proverà almeno altri 1000 che in foto rimangono meglio.

Ed è qui che se ne esce il figo statuario, il bello e dannato che fa venire le ragazzine (e non solo) solo starnutendo, fisicato a bomba, conciato tipo surfista australiano capello lungo e sorriso assassino.. il classico che nella vita avrà sempre avuto tutto quello che manco avrebbe voluto, perchè gli sarà piovuto addosso.
Figa, situazioni, figa, eventi, figa, soldi, figa, fama e ancora figa.

E cosa gli dice da grande amico profondo e che capisce il momento??
“Ma nooooo, mai giù di umore. BATTI LE MANI, SCHIOCCA LE DITA, UMORE ALTO TUTTA LA VITA” 😱😱😱

Grazie a sto gran cazzo che hai l’umore alto da tutta la vita, lo avrei anche io l’umore alto tutta la vita fossi così come sei te gran cazzone avariato!

Provate a capire perchè vi si dicono certe frasi e certe cose a volte.
Nessuno si alza la mattina dicendo “anche oggi facciamo di tutto perchè sia una giornata di merda e perchè così ci sentiamo vittime della società”.

Magari è solo una realtà che voi non potete capire, perchè non l’avete mai provata.
Ma esistono anche persone che fan fatica, ve lo assicuro.

 

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quando vuoi tu

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Perchè dobbiamo aver timore di fare una domanda ad una persona con cui avremmo la seria intenzione di far qualcosa?
Quante volte veniamo assaliti dalle idee più strambe ed allo stesso tempo più incredibili che potessimo mai pensare di avere, ma che inesorabilmente restano tali e non vengono mai sintetizzate o pronunciate dalla nostra voce?

Secondo me non abbiamo paura della risposta, ma del cosa ne seguirebbe.
Esatto, abbiamo paura del dopo-risposta.

Sarò più chiaro.

Il Mondo di oggi è costituito per la maggiore da relazioni che si snodano sui social network, il che implica che non per forza il rapporto tra persone debba esser diretto o di contatto fisico o visivo.
Le persone hanno più a che fare tra di loro mediante uno schermo ed una connessione wifi o roaming dati che sia, piuttosto che seduti su una panchina o al tavolino di un bar mentre prendono il caffè.
Sono anche sicuro che se contassimo il tempo ed il numero di parole che ci diciamo durante una giornata con una persona, fidanzata, moglie o amica che sia, sarebbe sempre maggiore la quantità “virtuale” rispetto a quella “live”.
Bellissimo potrete dirmi, trionfo immenso della tecnologia ed intuizione funzionalissima per coloro i quali non avrebbero la possibilità di essere in contatto quotidianamente con qualcuno a cui vogliono bene.

Questo non lo metto in dubbio.

Ma così come si è rivoluzionato il modo di rapportarsi e tenersi sempre in contatto con qualcuno in senso positivo e costruttivo, pensate anche a come si sia ridotta a zero la velocità nel tagliare i ponti.

Fino a che si aveva a che fare con una persona all’interno di un contesto sociale in cui magari le abitudini erano simili, la si vedeva quasi ogni giorno, il tempo e le esperienze condivise, le parole dette, le emozioni provate avevano tutte la stessa natura “fisica” e diretta, era ovvio che non si fosse in grado (anche solo per una questione di sinergie che si erano create con il tempo) di dire da un secondo all’altro “basta” con conseguente blocco dai vari Social network e quindi la cancellazione quasi totale della nostra persona virtuale.

E allora, pur di non perdere questa nostra dimensione virtuale raggiunta con una determinata persona, preferiamo rimanere “i noi attraverso il telefono” e distanti fisicamente, piuttosto che chiedere di uscire a cena o di andare in vacanza assieme a qualcuna con il rischio di esser bloccati e non provare neanche più la misera seppur piacevole emozione del rapporto attraverso il Social.

Oggi purtroppo funziona proprio così, siamo ormai diventati due persone in una:
quella reale e quella Social.

Quella reale è quella che conoscono le persone che con noi passano del tempo.
Quella Social è quella che gli altri “usano” per dire di conoscerci guardando ciò che pubblichiamo giorno dopo giorno su Instagram o Facebook.
Quella reale è quella con cui parliamo e abbiamo un confronto.
Quella Social è quella che leggiamo negli stati o che vediamo nelle foto, limitandoci a questi elementi per giustificare il pensiero su di essa.
Quella reale è quella che arrossisce di fronte ad un complimento o che balbetta mentre ne articola uno.
Quella Social è quella che di complimenti ne scrive a nastro perchè tanto non percepisce imbarazzo attraverso un messaggio scritto su Whatsapp, e poi magari di persona manco ti guarda in faccia mentre ti parla.

Non voglio fare il detrattore dei social network sia chiaro, perchè sarei falso ed incoerente.

Dico solo che ho paura di perdere la bellezza immensa e la sensazione unica del dire ad una persona quanto sia bella guardandola negli occhi, invece che scriverglielo per messaggio e vedermi rispondere con la faccina a cuoricini (cosa che in ogni caso apprezzo tantissimo e ci mancherebbe altro).

Così come vorrei avere la libertà di scrivere ad una persona senza il terrore inconscio di venir cancellato dal suo database:
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E ricevere in risposta:

quando vuoi tu“.

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Non tutto va come deve andare

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Pretendete tempi infiniti per fidarvi di qualcuno che conoscete da poco e con cui vi sembra strano che le cose possano andare così bene, e poi vi basta mezzo secondo di sguardo incrociato per tornare da un vostro ex qualsiasi o da una vostra vecchia fiamma con cui, appunto perchè di passato e finito si tratta, evidentemente non era andato tutto così bene.

Pensate di meno, vivete di più.

Semplicemente.

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haters phenomenāli

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Nonostante io sappia, sia convinto e consapevolissimo di essere un granello di polvere nell’universo di costellazioni, pianeti, vie lattee e buchi neri che formano l’Universo,

sono orgoglioso e fiero di annunciare che:
ANCHE IO HO FINALMENTE DEGLI HATERS !
😂😂😂😂😂😂😂🎉🎉🎉🎉🎉🎉🎉

Eggià, ci son persone che non ho mai visto o sentito parlare (potrebbero essere stranieri per quanto ne so), ma che conoscono per filo e per segno cosa scrivo e dove scrivo.
E mi criticano a bomba, prendono per il culo o fanno i maestri di letteratura e cabaret.

😍😍😍😍😍😍

Quanto è bello quando nessuno vi si incula per ciò che siete, ma solo per ciò che avete o fate finta di avere e vi sentite comunque in diritto acquisito per titolo ereditario scaricato da Instagram di scagliare giudizi e sentenze su chiunque.
Io vi amo lo sapete?

Vi amo perchè grazie a voi so che non potrò essere mai e poi mai il più minchia che donna sia stata in grado di partorire.

Così come amo chi vi viene dietro a ruota, manco foste William Wallace in Braveheart che lotta e muore per la propria libertà e per il suo popolo.

Voi al massimo lottate per campare qualche troia da scopare e per cui sentirvi Gianluca Vacchi o qualche minchia da spennare vivo e fare la Ivanka Trump della situa, a seconda del vostro genere di nascita.
Peccato che la vostra fama finisca appena scollinate o uscite dal comune in cui siete residenti.

Ricordate, di Conor McGregorFloyd Mayweather o Meek Mill ce ne sono giusto una decina al Mondo.

Ah, scrivo e dico queste cose perchè sfido chiunque a dire che io me la sia mai tirata o abbia mai detto qualcosa di esaltante la mia persona o il fatto che mi diverta a scrivere e tenere un blog.

Se vi piace quel che scrivo o dico, bene. Sennò dormo lo stesso.
Non sono di sicuro il nuovo Guido Catalano, magari mamma mia 😂

P.S.
Una cosa come William Wallace potreste farla comunque..
MORIRE.

Buona giornata.

Leggete bene soprattutto voi 😘

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esserCI o non esserCI, questo è il dilemma

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Essere o non essere?

Shakespeare lo sapeva già, infatti è Shakespeare non Nicola Covella.

Mi trovo fuori dal reparto di medicina d’urgenza dell’Ospedale di Santa Corona.
Nulla di grave per me.
Ha avuto un brutto incidente un mio parente stretto, precisamente è stato sbalzato giù dalla sua moto mentre andava a lavorare da un capriolo, che in quel momento ha pensato bene nella sua ingenuità e nella sua tranquilla passeggiata mattutina di travolgere moto e conducente facendolo andare a sfracellare contro un albero.

È fuori pericolo, ma irriconoscibile. Tanto per capire, mia mamma non l’ha riconosciuto appena sceso dall’ambulanza talmente il viso fosse tumefatto, però non rischia nulla a quanto dicono i medici.
Dovrà aver pazienza, tanta pazienza, per rivedere la sua immagine chiara e più che conosciuta allo specchio.
Ma nella gravità della situazione, conoscendo la strada, i guard-rail a tratti inesistenti, strapiombi cosmici e via dicendo, direi che poteva andare molto peggio.

Ma non son qui per parlare di questo.
Come di consueto, quando mi trovo costretto ad esser protagonista o comunque facente parte di un set di qualche scena di vita, inizio a pensare.
E se penso ho un’ispirazione, bella o brutta che sia a seconda dell’associazione a cui la lego.
Soprattutto avvinghiata al momento di vita che sto vivendo in prima persona e quindi come attore protagonista.

E se ho un’ispirazione, scrivo.

Oggi mi si è aperto un Mondo riguardo al concetto di “esserci quando non serve“.

Voi mi direte che una situazione simile poteva farmi pensare ad ogni cosa possibile, a tutto, tranne che al fatto che non servisse esserci.
È vero, verissimo.
Il fatto è che oggi “esserci” è talmente ovvio secondo me e secondo il mio modo di comportarmi, che manco dovrei dire una cosa simile tanto è scontata per me.

E quindi nella mia volontà innata di rompere i coglioni alle cose scontate e ai pensieri ed atteggiamenti ovvi ed inutili, son qua che penso allo scenario esatto e contrario.

Perchè amiche e amici miei, esserci quando serve, a meno che non siamo persone senza un minimo di cuore o pervasi dall’indifferenza verso il prossimo, è una delle cose più facili e forse ipocrite che esistano.
E sia chiaro, la colpa non è di chi ci domanda direttamente o indirettamente aiuto quando ha bisogno.
La colpa è nostra che pensiamo di meritare il premio Nobel dell’amicizia perchè magari un nostro amico è stato lasciato e noi gli diamo conforto dicendo che ne scoperà 10mila.
La colpa è nostra che pensiamo di essere i tassisti più generosi del Mondo perchè portiamo qualcuno in macchina dove vuole o dove necessita e non gli chiediamo la benzina.
La colpa è nostra che vogliamo la targhetta de “il figlio dell’anno” perchè portiamo lo sciroppo a nostra mamma quando è nel letto con la febbre.
O pretendiamo di esser ringraziati a vita se prestiamo dei soldi a qualcuno perchè ci dice che è in merda e non riesce a pagare l’affitto.

E così via mille altre situazioni che dovrebbero essere così ovvie che quasi non le si dovrebbero considerare se non come qualcosa che va fatto e basta.

Avete mai dato una pacca sulla spalla a qualcuno che vedevate più strano rispetto a come eravate abituati?
Siete mai andati a chiedere a qualcuno se avesse avuto bisogno prima che ve lo domandasse?
Avete mai pensato che un vostro amico avesse bisogno di voi prima che si lasciasse con la fidanzata o che vi rivelasse una qualsiasi difficoltà?

Ci siete mai stati per le persone prima che ne avessero bisogno?

Non voglio fare il maestro di vita e dispensare lezioni o consigli, perchè si sa:
chi dà consigli è il primo a non accettarli“.

Son qua perchè rifletto di fronte ad una situazione particolare e nella quale non potevo fare altro che ESSERCI.

E penso che preferirei un milione di volte che le persone ci fossero quando non mi serve e non ne ho bisogno, piuttosto che da sdraiato nel letto di un ospedale o in un momento rovinosamente negativo della mia vita e soprattutto dopo averglielo chiesto direttamente.

È normale in queste circostanze che chi mi vuole bene davvero sarà al mio fianco, così come lo sarei io.
Senza riserve.

“E alle volte per essere buoni non basta neanche essere forti, come noi che per essere buoni dobbiamo essere morti“.


La differenza la fa tutto il resto.

Buona giornata a tutti.

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ritrovarSI • lasciarSI

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lasciarSI • ritrovarSI

Scrivo dalla sala imbarco dell’aereo che mi dovrà portare indietro, mi auguro, da Londra.
Nonostante la mia vacanza non sia durata così a lungo da farmi venire la nostalgia di casa, qualche motivo per tornare sento di averlo.
Vado ad elecarveli:
1. A breve avrò a tutti gli effetti un “godson” ed il senso di eccitazione e di responsabilità, uniti allo stupore e all’emozione provati quando mi è stata data questa notizia, è talmente unico che sarei tornato a nuoto se fosse stato necessario per tenere Lorenzo in braccio il giorno del suo Battesimo.
2. Ho un gruppo di fratelli e compagni di squadra con i quali condivido la passione più grande mai sintetizzata in laboratorio, addirittura più grande di quella che ho per le scarpe e cappellini, da raggiungere e con i quali farmi il culo in settimana ed esultare la Domenica.
3. Ho la mia “5” che mi aspetta spero nel parcheggio di casa, a cui far rombare un pò il motore.
4. Ho i miei pochi e veri amici dei quali non potrei fare a meno e con i quali abbiamo da pianificare giusto due o tre avvenimenti di “poco conto” futuri.
5. Ho un lavoro che mi fa sentire parte integrante di un grande quanto decerebrato staff e senza il quale mi annoierei peggio che all’ora di educazione stradale alle elementari.
6. Ho una famiglia di persone a cui voglio bene.

Ho sonno mi sto addormentando giuro.

•inizio off topic onirico•
Ho una ragazza fantastica che è tutto quel che ho sempre desiderato e per la quale ho sempre lottato anche contro me stesso.
L’unica che poteva farmi ricredere sulla convinzione che la mia vita fosse uno schifo e che mi facessi solo del nervoso per delle persone che in effetti non volevano nulla da uno come me.
Avessi saputo dall’inizio che per trovare una come lei avrei dovuto sopportare tutto il nervoso e dispiacere di cui sopra, vi assicuro che me ne sarei fatto più del doppio”.
•fine off topic onirico•

Stavo sognando scusate, eccomi di nuovo sono sveglio. Come vedete la storia della ragazza non è numerata e non fa parte dell’elenco di situazioni reali purtroppo.

A parte il sogno, tutto il resto mi ha fatto capire quanto sia determinante per noi sapere cosa ritroveremo separandoci da un qualcosa che dà carattere alla nostra vita e senso alle nostre giornate.

ritrovarSI è bellissimo.

Ma come in ogni cosa, sarebbe troppo scontato se per ogni ritrovamento non ci fosse un lasciarsi alle spalle qualcos’altro.
Anzi, sarebbe quasi una vita perfetta e studiata in laboratorio.
Ritroveremmo e basta senza aver perso nulla, un meccanismo di arricchimento emozionale continuo.

Invece la vita che è tutto tranne che scontata e altalenante emozionalmente, ci costringe sempre a lasciar qualcosa lungo la strada.

Lascio un’esperienza bellissima, vissuta quasi in solitudine e per le vie di una città che non ricordavo assolutamente fosse così bella l’ultima volta che andai nel 2010.
Lascio un amico che però ho ritrovato, con cui per problemi inutili ci eravamo un pò allontanati (e non kilometricamente visto che vive proprio a Londra) ma affettivamente.
Io gli ho sempre voluto bene comunque e secondo me fino a che le cose belle passate assieme supereranno le cazzate, tutto si potrà risolvere sempre per il meglio.
Infine cosa più importante, lascio un fratello.
Lascio un fratello che non ho mai lasciato realmente, a cui voglio bene più della mia vita, che è stato tutto ciò che di meglio non avrei potuto manco immaginare e che continua ad esserlo anche a distanza e anche con i suoi tempi di risposta infiniti e i suoi modi totalmente opposti ai miei.

Mi è bastato vederlo felice.

P.S.
Lascio anche alle spalle il primo viaggio fatto da tutti i 4 componenti della mia famiglia. Ci voleva che uno dei due figli se ne andasse all’estero per farli muovere.
Ma ho ritrovato, anzi TROVATO, il piacere di viaggiare in famiglia.

Ci sentiamo se atterro ragazze e ragazzi.
Ciao sogno.

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