batti le mani schiocca le dita fatevi furbi tutta la vita

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La canzoncina fenomeno virale che gira ovunque “batti le mani schiocca le dita umore alto tutta la vita” nonostante provenga da uno dei programmi più demenziali del tubo catodico italiano, rappresenta perfettamente la vita di ognuno di noi:

una persona meno attraente e prestante fisicamente, che fa della cultura e dei modi la sua caratteristica determinante e cavallo di battaglia, dice chiaramente che ha dei limiti emozionali e affettivi all’interno di un contesto sociale dove si creano “vicinanze” tra bei ragazzi e belle ragazze.
Magari per via del fatto che dall’alto della sua intelligenza ha capito che là dentro viene apprezzato fino ad un certo punto, e che diciamolo schietti schietti, se c’è da chiavare non viene preso in considerazione come gli altri suoi coinquilini.
O magari solo perchè l’esperienza gli ha insegnato che prima di lui, una ragazza ne sceglierà e proverà almeno altri 1000 che in foto rimangono meglio.

Ed è qui che se ne esce il figo statuario, il bello e dannato che fa venire le ragazzine (e non solo) solo starnutendo, fisicato a bomba, conciato tipo surfista australiano capello lungo e sorriso assassino.. il classico che nella vita avrà sempre avuto tutto quello che manco avrebbe voluto, perchè gli sarà piovuto addosso.
Figa, situazioni, figa, eventi, figa, soldi, figa, fama e ancora figa.

E cosa gli dice da grande amico profondo e che capisce il momento??
“Ma nooooo, mai giù di umore. BATTI LE MANI, SCHIOCCA LE DITA, UMORE ALTO TUTTA LA VITA” 😱😱😱

Grazie a sto gran cazzo che hai l’umore alto da tutta la vita, lo avrei anche io l’umore alto tutta la vita fossi così come sei te gran cazzone avariato!

Provate a capire perchè vi si dicono certe frasi e certe cose a volte.
Nessuno si alza la mattina dicendo “anche oggi facciamo di tutto perchè sia una giornata di merda e perchè così ci sentiamo vittime della società”.

Magari è solo una realtà che voi non potete capire, perchè non l’avete mai provata.
Ma esistono anche persone che fan fatica, ve lo assicuro.

 

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quando vuoi tu

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Perchè dobbiamo aver timore di fare una domanda ad una persona con cui avremmo la seria intenzione di far qualcosa?
Quante volte veniamo assaliti dalle idee più strambe ed allo stesso tempo più incredibili che potessimo mai pensare di avere, ma che inesorabilmente restano tali e non vengono mai sintetizzate o pronunciate dalla nostra voce?

Secondo me non abbiamo paura della risposta, ma del cosa ne seguirebbe.
Esatto, abbiamo paura del dopo-risposta.

Sarò più chiaro.

Il Mondo di oggi è costituito per la maggiore da relazioni che si snodano sui social network, il che implica che non per forza il rapporto tra persone debba esser diretto o di contatto fisico o visivo.
Le persone hanno più a che fare tra di loro mediante uno schermo ed una connessione wifi o roaming dati che sia, piuttosto che seduti su una panchina o al tavolino di un bar mentre prendono il caffè.
Sono anche sicuro che se contassimo il tempo ed il numero di parole che ci diciamo durante una giornata con una persona, fidanzata, moglie o amica che sia, sarebbe sempre maggiore la quantità “virtuale” rispetto a quella “live”.
Bellissimo potrete dirmi, trionfo immenso della tecnologia ed intuizione funzionalissima per coloro i quali non avrebbero la possibilità di essere in contatto quotidianamente con qualcuno a cui vogliono bene.

Questo non lo metto in dubbio.

Ma così come si è rivoluzionato il modo di rapportarsi e tenersi sempre in contatto con qualcuno in senso positivo e costruttivo, pensate anche a come si sia ridotta a zero la velocità nel tagliare i ponti.

Fino a che si aveva a che fare con una persona all’interno di un contesto sociale in cui magari le abitudini erano simili, la si vedeva quasi ogni giorno, il tempo e le esperienze condivise, le parole dette, le emozioni provate avevano tutte la stessa natura “fisica” e diretta, era ovvio che non si fosse in grado (anche solo per una questione di sinergie che si erano create con il tempo) di dire da un secondo all’altro “basta” con conseguente blocco dai vari Social network e quindi la cancellazione quasi totale della nostra persona virtuale.

E allora, pur di non perdere questa nostra dimensione virtuale raggiunta con una determinata persona, preferiamo rimanere “i noi attraverso il telefono” e distanti fisicamente, piuttosto che chiedere di uscire a cena o di andare in vacanza assieme a qualcuna con il rischio di esser bloccati e non provare neanche più la misera seppur piacevole emozione del rapporto attraverso il Social.

Oggi purtroppo funziona proprio così, siamo ormai diventati due persone in una:
quella reale e quella Social.

Quella reale è quella che conoscono le persone che con noi passano del tempo.
Quella Social è quella che gli altri “usano” per dire di conoscerci guardando ciò che pubblichiamo giorno dopo giorno su Instagram o Facebook.
Quella reale è quella con cui parliamo e abbiamo un confronto.
Quella Social è quella che leggiamo negli stati o che vediamo nelle foto, limitandoci a questi elementi per giustificare il pensiero su di essa.
Quella reale è quella che arrossisce di fronte ad un complimento o che balbetta mentre ne articola uno.
Quella Social è quella che di complimenti ne scrive a nastro perchè tanto non percepisce imbarazzo attraverso un messaggio scritto su Whatsapp, e poi magari di persona manco ti guarda in faccia mentre ti parla.

Non voglio fare il detrattore dei social network sia chiaro, perchè sarei falso ed incoerente.

Dico solo che ho paura di perdere la bellezza immensa e la sensazione unica del dire ad una persona quanto sia bella guardandola negli occhi, invece che scriverglielo per messaggio e vedermi rispondere con la faccina a cuoricini (cosa che in ogni caso apprezzo tantissimo e ci mancherebbe altro).

Così come vorrei avere la libertà di scrivere ad una persona senza il terrore inconscio di venir cancellato dal suo database:
partiamo

E ricevere in risposta:

quando vuoi tu“.

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Non tutto va come deve andare

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Pretendete tempi infiniti per fidarvi di qualcuno che conoscete da poco e con cui vi sembra strano che le cose possano andare così bene, e poi vi basta mezzo secondo di sguardo incrociato per tornare da un vostro ex qualsiasi o da una vostra vecchia fiamma con cui, appunto perchè di passato e finito si tratta, evidentemente non era andato tutto così bene.

Pensate di meno, vivete di più.

Semplicemente.

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haters phenomenāli

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Nonostante io sappia, sia convinto e consapevolissimo di essere un granello di polvere nell’universo di costellazioni, pianeti, vie lattee e buchi neri che formano l’Universo,

sono orgoglioso e fiero di annunciare che:
ANCHE IO HO FINALMENTE DEGLI HATERS !
😂😂😂😂😂😂😂🎉🎉🎉🎉🎉🎉🎉

Eggià, ci son persone che non ho mai visto o sentito parlare (potrebbero essere stranieri per quanto ne so), ma che conoscono per filo e per segno cosa scrivo e dove scrivo.
E mi criticano a bomba, prendono per il culo o fanno i maestri di letteratura e cabaret.

😍😍😍😍😍😍

Quanto è bello quando nessuno vi si incula per ciò che siete, ma solo per ciò che avete o fate finta di avere e vi sentite comunque in diritto acquisito per titolo ereditario scaricato da Instagram di scagliare giudizi e sentenze su chiunque.
Io vi amo lo sapete?

Vi amo perchè grazie a voi so che non potrò essere mai e poi mai il più minchia che donna sia stata in grado di partorire.

Così come amo chi vi viene dietro a ruota, manco foste William Wallace in Braveheart che lotta e muore per la propria libertà e per il suo popolo.

Voi al massimo lottate per campare qualche troia da scopare e per cui sentirvi Gianluca Vacchi o qualche minchia da spennare vivo e fare la Ivanka Trump della situa, a seconda del vostro genere di nascita.
Peccato che la vostra fama finisca appena scollinate o uscite dal comune in cui siete residenti.

Ricordate, di Conor McGregorFloyd Mayweather o Meek Mill ce ne sono giusto una decina al Mondo.

Ah, scrivo e dico queste cose perchè sfido chiunque a dire che io me la sia mai tirata o abbia mai detto qualcosa di esaltante la mia persona o il fatto che mi diverta a scrivere e tenere un blog.

Se vi piace quel che scrivo o dico, bene. Sennò dormo lo stesso.
Non sono di sicuro il nuovo Guido Catalano, magari mamma mia 😂

P.S.
Una cosa come William Wallace potreste farla comunque..
MORIRE.

Buona giornata.

Leggete bene soprattutto voi 😘

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esserCI o non esserCI, questo è il dilemma

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Essere o non essere?

Shakespeare lo sapeva già, infatti è Shakespeare non Nicola Covella.

Mi trovo fuori dal reparto di medicina d’urgenza dell’Ospedale di Santa Corona.
Nulla di grave per me.
Ha avuto un brutto incidente un mio parente stretto, precisamente è stato sbalzato giù dalla sua moto mentre andava a lavorare da un capriolo, che in quel momento ha pensato bene nella sua ingenuità e nella sua tranquilla passeggiata mattutina di travolgere moto e conducente facendolo andare a sfracellare contro un albero.

È fuori pericolo, ma irriconoscibile. Tanto per capire, mia mamma non l’ha riconosciuto appena sceso dall’ambulanza talmente il viso fosse tumefatto, però non rischia nulla a quanto dicono i medici.
Dovrà aver pazienza, tanta pazienza, per rivedere la sua immagine chiara e più che conosciuta allo specchio.
Ma nella gravità della situazione, conoscendo la strada, i guard-rail a tratti inesistenti, strapiombi cosmici e via dicendo, direi che poteva andare molto peggio.

Ma non son qui per parlare di questo.
Come di consueto, quando mi trovo costretto ad esser protagonista o comunque facente parte di un set di qualche scena di vita, inizio a pensare.
E se penso ho un’ispirazione, bella o brutta che sia a seconda dell’associazione a cui la lego.
Soprattutto avvinghiata al momento di vita che sto vivendo in prima persona e quindi come attore protagonista.

E se ho un’ispirazione, scrivo.

Oggi mi si è aperto un Mondo riguardo al concetto di “esserci quando non serve“.

Voi mi direte che una situazione simile poteva farmi pensare ad ogni cosa possibile, a tutto, tranne che al fatto che non servisse esserci.
È vero, verissimo.
Il fatto è che oggi “esserci” è talmente ovvio secondo me e secondo il mio modo di comportarmi, che manco dovrei dire una cosa simile tanto è scontata per me.

E quindi nella mia volontà innata di rompere i coglioni alle cose scontate e ai pensieri ed atteggiamenti ovvi ed inutili, son qua che penso allo scenario esatto e contrario.

Perchè amiche e amici miei, esserci quando serve, a meno che non siamo persone senza un minimo di cuore o pervasi dall’indifferenza verso il prossimo, è una delle cose più facili e forse ipocrite che esistano.
E sia chiaro, la colpa non è di chi ci domanda direttamente o indirettamente aiuto quando ha bisogno.
La colpa è nostra che pensiamo di meritare il premio Nobel dell’amicizia perchè magari un nostro amico è stato lasciato e noi gli diamo conforto dicendo che ne scoperà 10mila.
La colpa è nostra che pensiamo di essere i tassisti più generosi del Mondo perchè portiamo qualcuno in macchina dove vuole o dove necessita e non gli chiediamo la benzina.
La colpa è nostra che vogliamo la targhetta de “il figlio dell’anno” perchè portiamo lo sciroppo a nostra mamma quando è nel letto con la febbre.
O pretendiamo di esser ringraziati a vita se prestiamo dei soldi a qualcuno perchè ci dice che è in merda e non riesce a pagare l’affitto.

E così via mille altre situazioni che dovrebbero essere così ovvie che quasi non le si dovrebbero considerare se non come qualcosa che va fatto e basta.

Avete mai dato una pacca sulla spalla a qualcuno che vedevate più strano rispetto a come eravate abituati?
Siete mai andati a chiedere a qualcuno se avesse avuto bisogno prima che ve lo domandasse?
Avete mai pensato che un vostro amico avesse bisogno di voi prima che si lasciasse con la fidanzata o che vi rivelasse una qualsiasi difficoltà?

Ci siete mai stati per le persone prima che ne avessero bisogno?

Non voglio fare il maestro di vita e dispensare lezioni o consigli, perchè si sa:
chi dà consigli è il primo a non accettarli“.

Son qua perchè rifletto di fronte ad una situazione particolare e nella quale non potevo fare altro che ESSERCI.

E penso che preferirei un milione di volte che le persone ci fossero quando non mi serve e non ne ho bisogno, piuttosto che da sdraiato nel letto di un ospedale o in un momento rovinosamente negativo della mia vita e soprattutto dopo averglielo chiesto direttamente.

È normale in queste circostanze che chi mi vuole bene davvero sarà al mio fianco, così come lo sarei io.
Senza riserve.

“E alle volte per essere buoni non basta neanche essere forti, come noi che per essere buoni dobbiamo essere morti“.


La differenza la fa tutto il resto.

Buona giornata a tutti.

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ritrovarSI • lasciarSI

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lasciarSI • ritrovarSI

Scrivo dalla sala imbarco dell’aereo che mi dovrà portare indietro, mi auguro, da Londra.
Nonostante la mia vacanza non sia durata così a lungo da farmi venire la nostalgia di casa, qualche motivo per tornare sento di averlo.
Vado ad elecarveli:
1. A breve avrò a tutti gli effetti un “godson” ed il senso di eccitazione e di responsabilità, uniti allo stupore e all’emozione provati quando mi è stata data questa notizia, è talmente unico che sarei tornato a nuoto se fosse stato necessario per tenere Lorenzo in braccio il giorno del suo Battesimo.
2. Ho un gruppo di fratelli e compagni di squadra con i quali condivido la passione più grande mai sintetizzata in laboratorio, addirittura più grande di quella che ho per le scarpe e cappellini, da raggiungere e con i quali farmi il culo in settimana ed esultare la Domenica.
3. Ho la mia “5” che mi aspetta spero nel parcheggio di casa, a cui far rombare un pò il motore.
4. Ho i miei pochi e veri amici dei quali non potrei fare a meno e con i quali abbiamo da pianificare giusto due o tre avvenimenti di “poco conto” futuri.
5. Ho un lavoro che mi fa sentire parte integrante di un grande quanto decerebrato staff e senza il quale mi annoierei peggio che all’ora di educazione stradale alle elementari.
6. Ho una famiglia di persone a cui voglio bene.

Ho sonno mi sto addormentando giuro.

•inizio off topic onirico•
Ho una ragazza fantastica che è tutto quel che ho sempre desiderato e per la quale ho sempre lottato anche contro me stesso.
L’unica che poteva farmi ricredere sulla convinzione che la mia vita fosse uno schifo e che mi facessi solo del nervoso per delle persone che in effetti non volevano nulla da uno come me.
Avessi saputo dall’inizio che per trovare una come lei avrei dovuto sopportare tutto il nervoso e dispiacere di cui sopra, vi assicuro che me ne sarei fatto più del doppio”.
•fine off topic onirico•

Stavo sognando scusate, eccomi di nuovo sono sveglio. Come vedete la storia della ragazza non è numerata e non fa parte dell’elenco di situazioni reali purtroppo.

A parte il sogno, tutto il resto mi ha fatto capire quanto sia determinante per noi sapere cosa ritroveremo separandoci da un qualcosa che dà carattere alla nostra vita e senso alle nostre giornate.

ritrovarSI è bellissimo.

Ma come in ogni cosa, sarebbe troppo scontato se per ogni ritrovamento non ci fosse un lasciarsi alle spalle qualcos’altro.
Anzi, sarebbe quasi una vita perfetta e studiata in laboratorio.
Ritroveremmo e basta senza aver perso nulla, un meccanismo di arricchimento emozionale continuo.

Invece la vita che è tutto tranne che scontata e altalenante emozionalmente, ci costringe sempre a lasciar qualcosa lungo la strada.

Lascio un’esperienza bellissima, vissuta quasi in solitudine e per le vie di una città che non ricordavo assolutamente fosse così bella l’ultima volta che andai nel 2010.
Lascio un amico che però ho ritrovato, con cui per problemi inutili ci eravamo un pò allontanati (e non kilometricamente visto che vive proprio a Londra) ma affettivamente.
Io gli ho sempre voluto bene comunque e secondo me fino a che le cose belle passate assieme supereranno le cazzate, tutto si potrà risolvere sempre per il meglio.
Infine cosa più importante, lascio un fratello.
Lascio un fratello che non ho mai lasciato realmente, a cui voglio bene più della mia vita, che è stato tutto ciò che di meglio non avrei potuto manco immaginare e che continua ad esserlo anche a distanza e anche con i suoi tempi di risposta infiniti e i suoi modi totalmente opposti ai miei.

Mi è bastato vederlo felice.

P.S.
Lascio anche alle spalle il primo viaggio fatto da tutti i 4 componenti della mia famiglia. Ci voleva che uno dei due figli se ne andasse all’estero per farli muovere.
Ma ho ritrovato, anzi TROVATO, il piacere di viaggiare in famiglia.

Ci sentiamo se atterro ragazze e ragazzi.
Ciao sogno.

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stare bene

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Ragazze e ragazzi, avevo promesso di non rompervi i cog****i almeno in vacanza, ma purtroppo anche dal Regno Unito sono stato assalito e stuprato da un’ispirazione.
Che nulla, tra l’altro, ha a che vedere o deve al Regno Unito in sè.
Avrei preferito disquisire della naturalezza con cui le coppie omosessuali girano mano nella mano e si scambiano sguardi baci e carezze in ogni angolo e strada della città, senza che nessuno storca il naso tipo bigotte anni ’60 in Chiesa la Domenica.
Sarebbe stato ancora più appagante spender parole costruttive ed edificantissimissime su tutti gli svariati, a volte impensabili, episodi d’amore che si vedono e ci si gusta nei momenti di stallo che si hanno durante le giornate frenetiche, all’insegna della corsa per la metro di qua, piuttosto che per l’attraversamento pedonale di là, il quale con il timer giallo che veloce scorre dal 12 allo 0, ti proietta constantemente in una realtà tipo film di James Bond, dove se non corri rischi di esser schiacciato dalla fila interminabile di mezzi di trasporto in attesa del semaforo verde.
Il set è quello, siamo a Londra; cambiano solo gli attori.
Per non cadere nello scontato e dire che potrei parlarvi della bellezza della City e diventare, scrivendo un off-topic, il tripblogger che non sono.

No.

Non sono qui per parlarvi di nessuno (e maledetto cazzo porco purtroppo) degli argomenti sopracitati.

Son qui perchè oggi mi è capitato di leggere questa frase, che era al maschile ma ho modificato:
il fatto è che tu mi hai travolto all’improvviso, senza che io potessi fermarti. Ti sei infilata nella mia testa come se ci fosse la porta aperta, come se qualcuno ti avesse detto di entrare. Il fatto è che però nessuno ti aveva invitata, ma tu lo sapevi che dovevi arrivare. E in fondo lo sapevo anch’io“.

E ho immediatamente pensato, assorbito dalla bellezza delle luci di questa città avvolta nella sua esclusiva ed umidissima notte che altro non può fare se non alimentare il mio animo romantico, che questa è la classica frase che vorrei ripetere a memoria alla persona capace di farmi sentire bene.
Quella grazie alla quale sarei in grado di scrivere un articolo al giorno (per la vostra gioia o meno).
Quella che dove mi giro mi giro, nonostante le 200mila pseudo-modelle che calcano le vie della City, vedo lei e solo lei e nient’altro che lei ovunque.
Quella che è quella giusta.

Ecco, io vorrei fare una domanda molto semplice a qualcuno che si senta di rispondermi e prendersi carico di un povero idiota come me:
Perchè?

Perchè complicità e rispetto non possono coesistere nella stessa frase?
Perchè felicità e tranquillità non posson convivere nello stesso momento in cui si parla di entrambe?
Perchè se un’ora prima ti senti Usain Bolt, quella dopo devi per forza per qualche legge della compensazione di sta gran funcia, mutare il tuo stato d’animo in quello di un bradipo distrofico?
Perchè non esiste mai un equilibrio tra le parti emozionali che si vivono nei periodi di legame tra il “ciao mi chiamo” ed il “vienimi a prendere alle 8 a casa”?
Perchè lo stare bene è una condizione più labile che stabile?
E, come ultima cosa poi vi lascio:
perchè stare bene è una cosa che per esser raggiunta deve farci stare così male?

Io sapevo che la legge del contrappasso di Dante fosse un enorme quanto innovativo valore letterario da lui concepito, ma limitato all’inferno e contestualizzato al 1200, 1300 o 1400 che fosse ora non mi ricordo e non ho testa di googlarlo.

Mi sa che devo ricredermi.

Ho capito e provato in prima persona che stare bene è una condizione talmente effimera che come tutte le cose effimere, è orgasmica.
Una vita per raggiungerlo, un attimo per assaporarlo, e poi si è di nuovo punto a capo e alla sua ricerca.

Per stare bene bisogna stare il triplo male.

Nonostante mi senta pronto a farmi ancora almeno più del triplo del triplo del nervoso fatto fino ad ora, proprio perchè mi voglio così bene, non sono uno che molla a meno che non mi sparino al cuore (e forse potrei sopravvivere e continuare a far quello che credo sia giusto per me) e son sicuro di quel che sto facendo aspetto fiducioso qualche anima pia che mi aiuti.

Buona giornata, io provo a non pensarci.

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fida(nza)rsi è bene, fidarsi è meglio

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Di frasi dette o sentite dirsi, che accomunano la maggior parte degli esseri umani, penso ce ne siano alcune più famose delle canzoni di Beyoncé.
Ma quella che chiunque di noi, ormai ex piccoli bambini ingenui che dovevano esser formati e scalpellati dal martello dei genitori o dei nonni che fossero in modo da diventare ai loro occhi e per il loro orgoglio la miglior statua che mai avessero potuto scolpire, ha sentito pronunciata con la voce di mamma o papà almeno una volta, secondo me rimarrà sempre:
“non accettare le caramelle da uno sconosciuto”.

E sia che le accettassimo disobbediendo e dando via al turbinio di trasgressioni che avrebbero poi dato un’identità alla nostra adolescenza, sia che rifiutassimo anche il minimo saluto da parte di qualcuno che non faceva parte della nostra sfera affettiva seguendo quindi i consigli di chi identificavamo come coloro in grado di dare un nome ad ogni nostra paura ed una risposta ad ogni nostra domanda infantile e adolescenziale poi, ognuno di noi è cresciuto con il “?” stampato sulle facce delle persone che non conoscevamo.
Guardinghi.
Con le mani sempre avanti.
A volte con il timore infondato verso il prossimo.
E la paura di ciò che per noi era sconosciuto, persone o cose che fossero.

Scavallato questo periodo di transizione in cui dalla sicurezza genitoriale si passava quindi al gasatissimo raggiungimento di un’indipendenza affettiva, ognuno si sentiva in grado di poter valutare da solo chi far entrare a far parte della propria vita e a chi dare così confidenza e fiducia.
È il classico periodo in cui si formavano le amicizie e le fratellanze non di sangue.
Spesso e volentieri andando contro il giudizio dei genitori.
Grazie a questi legami ci sentivamo pronti ad andare in guerra contro tutto e tutti.
L’amicizia ci dava quel senso di onnipotenza e di non necessità di nient’altro che quella.
Pensavamo che il superamento di un problema dipendesse solo da un amico.
I problemi non erano problemi se avevamo un amico o un’amica a fianco.
Pensavamo che non ci servisse altro che questo.

Ma eravamo adolescenti, non avevamo esperienza di vita, eravamo solo delle 500 con il motore di una Ferrari e con mezza tacca di benzina.
Tutta l’energia che ci sentivamo addosso, amici o meno a fianco, non sapevamo ancora come usarla al meglio.
Ci sentivamo in possesso di ogni strumento, ma non disponevamo dei mezzi adatti.

E proprio questo bisogno di acquisire consapevolezza nei nostri mezzi in modo da convogliare le energie nel giusto canale ci ha portati allo step successivo.

Quello dove più o meno mi trovo adesso e dovrebbero trovarsi i 20-30enni come me.

La rivalutazione dei propri bisogni, i primi piani un pò più a lungo termine.
Quelle scelte che con un amico si fanno, ma non per forza si fanno assieme.
Siamo consapevoli e certi che un vero amico sarà sempre al nostro fianco e ci sosterrà nelle nostre scelte, o magari ci farà ragionare se prendessimo decisioni avventate e insensate.
Ma non sarà più con noi come da bambini in bicicletta per il paese tutto il giorno tutti i giorni, sempre assieme in simbiosi.
Arriva quel momento in cui le strade personali si dividono e vanno verso la formazione del singolo individuo all’interno di una socialità già salda, ma comunque in continuo sviluppo ed espansione.
Individuo che sarà influenzato e veicolato dal suo passato condiviso e vissuto sempre con qualcuno a fargli da appoggio, nonostante si trovi adesso su una strada da percorrere da solo.
È quel momento in cui abbiamo bisogno di conoscere il Mondo, di andare oltre la piazzetta che è stata la nostra comfort zone per anni e in cui ci sentivamo più al sicuro che in un bunker anti-atomico.
Un momento in cui sentiamo la necessità di conoscere persone nuove, una ragazza, un datore di lavoro, un socio in affari.
La strada verso la vera indipendenza personale ed affettiva di ogni persona.

E qui dobbiamo rifare i conti con il terrore inconscio e mai rimosso del “nuovo” e ovviamente con la paura nei confronti dello sconosciuto.

Perchè per quante esperienze possiamo aver avuto, per quanti problemi possiamo aver affrontato nella nostra vita da piazzetta, adesso siamo da soli.
Potremmo chiedere tutti i consigli di questo Mondo a chi fa parte del nostro cerchio della fiducia, ai nostri genitori, ai nostri amici, ma saranno comunque scelte che dovremmo prendere in autonomia.
Adesso dobbiamo mettere in pratica tutto ciò che abbiamo imparato guardando e vivendo le persone di cui ormai ci fidiamo ciecamente da anni.

Così come abbiamo imparato a muoverci per i vicoli di un paesino, interpretando gli stimoli che le persone ci mandavano e grazie ai quali abbiamo imparato a discriminare tra chi “ispira fiducia” e chi “non ispira fiducia”, così dovremo fare per le strade a 5 corsie delle metropoli in cui ci troviamo ora.

La nostra comfort zone sapremo sempre dove trovarla, da lì se tutto va come deve non si schioderà mai.

Sta solo a noi farla conoscere a qualcuno che ne valga la pena e che voglia lui per primo o lei per prima entrare a farne parte.

Magari sarà una persona che darà la svolta al raggiungimento della nostra indipendenza.
Magari ci potremo fidare di questa persona nonostante l’abbiamo conosciuta da grande e non da pischelli in fermento e in cerca spasmodica di alleati con cui andare a suonare dei campanelli.
Magari sarà questa stessa persona a fare di tutto per far si che ci possiamo fidare di lei come ci siamo sempre fidati dei nostri amici di infanzia.
Magari questa persona sarà più di un’amica, e sarà tutt’altro che amica. Ma ci fideremo di lei se ce lo permetterà e farà capire.

Sta a noi capirlo.

Sta a noi iniziare a pensare di accettare una caramella da uno sconosciuto con tutte le carte in regola per cambiare la sua condizione nei nostri confronti.

È un Mondo fatto per aver a che fare con chi davvero vuole aver a che fare con noi.
Un Mondo talmente pieno di persone sconosciute e che tali rimarranno, che quando una persona davvero mostra un interesse mai visto o provato prima nel conoscerne un’altra bisognerebbe prendersi il rischio e disobbedire a ciò che ci dicevano mamma e papà quando eravamo bambini.

Un Mondo fatto per combattere per qualcuno che non conosciamo ancora ma che vogliamo a tutti i costi.

Un Mondo fatto per non stare da soli.

Vuoi continuare a proteggerti dagli altri o vuoi iniziare a farti proteggere da qualcuno?

Salti tu salto io, giusto?

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Ti voglio, ma come vuoi tu

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Spesso sappiamo che dovremmo ammazzarla di insulti, riprenderla e farle notare che le cose non vanno sempre come vorremmo e come dovrebbero.
Dovremmo dirle che a volte ci facciamo del nervoso senza un senso.
O meglio, un senso e forse più di uno lo ha e noi per primi sappiamo benissimo di che senso si tratti.
Dovremmo incazzarci più spesso e sbottare, lanciare il telefono e mandarla a quel paese magari, invece che non rispondere e far passare il momento.
Vorremmo che non sparisse per delle giornate intere.
Vorremmo che ogni tanto fosse lei a chiederci di fare qualcosa, se non altro per la soddisfazione di dirle di no.
Anche se un “no” detto da noi lo sentirà davvero poco, più o meno come noi sentiamo dire “si” da lei.

La odiamo quando ci dà degli esagerati, perchè se siamo esagerati la colpa è solo sua o di chi l’ha fatta come è.

E perchè magari di esagerata c’è solo lei nell’accezione più positiva del termine.

La cancelleremmo dal telefono quando ci dice che siamo scontati, perchè di scontato c’è solo quanto sia unica e quanto ci siamo rincoglioniti per questo motivo.
Vorremmo che non ci fosse nessuno al Mondo che la veda come la vediamo noi, che pensi di lei quel che pensiamo noi e che voglia da lei quel che vogliamo noi.
Vorremmo quasi che non fosse così bella come è realmente, che non avesse quei due occhioni grossi come palle da bowling e che per questo motivo fanno sempre strike, o quel sorriso bianco come neve che quando mette in mostra, appunto, fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Vorremmo vederla e sentirla sempre felice e contenta, con pochi dubbi e piena di certezze, fiduciosa nel prossimo, senza blocchi nel chiedere aiuto, conforto, o anche solo di andarla prendere a casa una sera.
Vorremmo che una volta si vedesse con i nostri occhi e si giudicasse con la nostra testa.
Vorremmo che ci credesse quando le diciamo che ci imbamboliamo e diventiamo degli ebeti in sua presenza, reale o virtuale che sia.

Vorremmo averla conosciuta molto molto prima.

Vorremmo e dovremmo.

Ma non vogliamo e non dobbiamo.

Non vogliamo, perchè se siamo così con lei è solo ed esclusivamente per come lei è con noi.
Non vogliamo, perchè quando conosciamo una persona prima di tutto dobbiamo pensare al suo passato che non conosciamo, esser consapevoli che sarà stata di sicuro plasmata dagli eventi che ha vissuto prima di noi e quindi vivere con la certezza che siamo solo un’aggiunta più o meno importante al suo libro già pieno di capitoli.
Una pagina da inserire in uno dei tanti, o se siamo fortunati e lo meritiamo, la prima pagina di un nuovo capitolo, ma senza la pretesa assoluta di essere il primo e tantomeno l’ultimo.
Non vogliamo, perchè ci piace così e nessuno ci tiene il fucile puntato o ci costringe a fare quello che facciamo.
Non vogliamo, perchè noi per primi sappiamo di non volerlo.

E non dobbiamo soprattutto.

Non dobbiamo perchè il bello di una persona è esser ciò che è senza adattarsi a chi ha di fronte cambiando i suoi modi di fare.

“Abbracciala e stalla a sentire, anche se ripete cento volte la stessa paura.
Abbi pazienza e abbi amore.
È tutto lì”.

Spesso e volentieri in situazioni simili mi piace dire che “se ci si deve prendere e addirittura innamorare di qualcuno lo si deve fare per ciò che questa persona è, e non per ciò che noi vorremmo che fosse”.

Sennò ci innamoreremmo solo di noi stessi, forse neanche di quelli.

Perchè di perfetto c’è poco e niente al Mondo.

E anche se già ci sentiamo rimbombare in testa la frase “ma tu non mi conosci”, siamo delle teste di cazzo e glielo diciamo lo stesso senza problemi, come ogni altra cosa che le abbiamo detto e che continueremo a dirle in futuro:

“forse qualcosa di molto vicino al perfetto l’ho trovato.
Altrimenti avrei voluto tutto il resto”.

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Perdersi

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Ci si perde.

In un bicchier d’acqua.
Per strada.
In città.
In macchina.
A piedi.

E negli occhi.

Perdere non è mai bello è vero, lo insegnano fin da piccoli nonostante si cerchi di mascherare il tutto con la frase-minchiata:
“l’importante è partecipare”.

Ma quando mai?
Perdere fa schifo, punto.

Però se proprio dovessi scegliere di perdere, se fossi costretto a dovermi rassegnare a perdere in vita mia, allora lo vorrei fare dentro due occhi.
Perchè mi è successo, ed è stato unico.

Quasi ipnotico.

Perdersi negli occhi è incredibile, perchè non per forza devono appartenere a qualcuno che conosciamo.
Non per forza quei due occhi devono avere una voce a noi famigliare.
Quei due occhi non per forza devono guardarci.
Basta un solo incrocio, quel mezzo secondo di sguardo fisso, ed uno ci si perde dentro.
Partono una serie di impulsi e sinapsi che cari, costosi e luminari neuropsichiatri levatevi proprio.

Basta.
Sei perso là dentro e non ne esci manco se ti lanciano una corda o se mandano una squadra di recupero.

Perso.

E non ti interessa se magari questi occhi non hanno il fisico di Belen Rodriguez.
Poco importa se li devi guardare dall’alto al basso perchè sono alti 1 metro e 60.
Non è un problema se a volte ti guardano con aria permalosa e acida.
Puoi sopravvivere nonostante si prendano periodi sabbatici, Domeniche di riposo e sparizioni inaspettate e lunghe giorni.
Non ti riesci a ritrovare e, forse, ti ci perdi ancora di più quando tergiversano o ti accorgi che sono occhi che guardano anche altrove.

E poi vai oltre.

Perchè quando ormai ti sei perso in qualcosa di così illegalmente bello, decidi, soprattutto percepisci e addirittura ti arrendi alla idilliaca idea che perdersi sia stata l’unica cosa giusta che avresti potuto mai fare.
E che quindi perdere non è poi così brutto come ti hanno sempre fatto pensare.

Quindi, perso in un Mondo dal quale non vorresti mai uscire, scendi di poco.
Giusto 5 centimetri.

E trovi davanti a te un sorriso da copertina.
Non da copertina marroncina che hai sul letto, ma da copertina di qualche rivista di moda.
E anche se sotto quel sorriso indosserebbe jeans e Stan Smith o una semplice tuta da casa, un viso del genere sarebbe in grado di rendere invisibile ogni altra cosa esistente, outfit non da rivista di moda compresi.
Ma a me di quello che pensa la moda non me ne frega niente.

Lei è perfetta perchè è semplice, acqua e sapone e senza bisogno di tacchi o vestitini per attirare l’attenzione.
Le basta il sorriso.
È perfetto, bianco come il latte, smagliante nonostante la metà delle volte sia coperto dalla linguaccia che tira fuori quando le scattano delle foto.
O quando se le autoscatta, soprattutto.
È un sorriso che unito a quei due occhioni potresti riconoscere in mezzo a 10mila persone.
Non è così scontato abbinare occhioni e sorrisoni, e quando capita le cose sono due.

O hai di fronte qualcosa che ti ha fulminato o sei fulminato.
Non posso dire con certezza cosa sia, la cosa sicura è che di colpo di fulmine si tratti.

Rimani quindi basito e rincoglionito se la hai davanti, un ebete di fronte alle sue foto.
Come un bambino davanti all’ingresso di DisneyWorld.
Come un 25enne che realizza il suo sogno americano all’uscita della fermata della metro a New York, che rimane 10 minuti con la testa all’insù ad ammirare ciò che aspettava da una vita, in silenzio e con un tornado di emozioni dentro.
Forse questa è la metafora più adatta a spiegare cosa ti sia successo la prima sera che hai incrociato il suo sguardo e sei rimasto due ore a fissarlo, facendoti sgamare come un idiota senza che ti importasse.

Se anche avessi avuto dei dubbi sugli occhi, ora ne sei sicuro.
Sei perso del tutto.

Quindi ti fai avanti, dopo un pò e cercando un qualche pretesto.
E inizi ad averci a che fare.
E scopri che quei due occhi senza una voce e quel sorriso di cui non conoscevi il motivo, hanno ben più di un perchè.

Sono di una ragazza che è tutto quello che hai sempre sperato di trovare proprio mentre ne conoscevi una.

Una ragazza con voce bassa sensualissima che ascolteresti ore.
Una che dice sempre di no ai tuoi complimenti, ma senza dirti che arrossisce.
Una che non dice mai grazie, ma sempre che esageri, perchè altrimenti andrebbe contro la sua vocazione del non dimostrare nulla a nessuno.
Una ragazza autoritaria, ma sempre alla ricerca della certezza che una sua qualità sia reale e che tu te ne sia reso conto.
E anche se così non fosse te ne renderesti conto dal numero di volte che ti tira la frecciatina per sentirsi dire quello che vuole o quello che ancora non le stai dicendo.

Una principessa con i pantaloncini da calciatore.
Tutto quello che hai sempre sognato di trovare.

E che adesso speri di poter continuare a far ridere e stupire nei modi meno scontati e noiosi che conosci o che, ancora meglio, non conosci e scoprirai con il tempo.
In particolare grazie a quello che lei riuscirà a tirar fuori da te.
O a farti tirar fuori.

Gioco a calcio, e perdere è un verbo che chiunque pratichi sport vorrebbe cancellare dal proprio dizionario.

Ma vi posso assicurare che per la prima volta ho perso davvero volentieri e con il sorriso.

Ora però è arrivato il momento di vincere.

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