• non è bello ciò che è bello, ma.. •

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Che cos’è una cosa bella.

Lo possiamo sapere solo noi che lo decidiamo. Perchè se una cosa è bella o brutta per noi, lo decidiamo davvero solo noi. La bellezza oggettiva delle cose svanisce, forse non è mai esistita neanche quella. Perchè in fondo, non è scontato che la Gioconda piaccia a tutti o che Sofia Loren sia per tutti la più grande attrice italiana di tutti i tempi. De gustibus si studia a scuola.

Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace

abbiamo imparato a dirlo da più grandi per tagliare più signorilmente qualcuna che nonostante tutti ritenessero carina, a noi non andava a genio (e viceversa ovviamente). La questione è quindi sul cosa decidiamo che ci piaccia, e cosa decidiamo che non ci piaccia. Con particolare occhio di riguardo sull’emisfero del bello. Perchè diciamolo, quando una cosa non ci piace non ci sentiamo troppo in dovere di darci e darne spiegazioni. Non ci piace, non influisce sulla nostra giornata, non ci fa star svegli di notte a pensare e non ci fa tribulare quando la vediamo passare per strada. Il problema è quello che ci piace. E lo è ancora di più se ci piace e non sappiamo se possiamo averlo o se la cosa sia reciproca. Non parlo di una Ferrari che vedo in concessionaria o di una mega villa a Miami Beach. Parlo di persone, di sensazioni ed emozioni. Qualcosa che si avvicina al sentimento. È pazzesco come a volte basti provare addosso una sensazione di piacere e benessere e da quel momento non riuscire a sperare in altro se non nel secondo, terzo, quarto round e così via. È davvero un incontro di boxe, dove tu sei lo sfidante per il titolo di campione della felicità. E come in ogni incontro per un titolo alla fine, come tutti sappiamo e come ogni competizione insegna, se ne può uscire in soli due modi. Ma non son qui per dire quanto sia bello vincere e quanto sia deprimente far da runner up. Voglio parlare del viaggio, del tempo che vivi prima di arrivare all’ultimo secondo dell’ultimo round, di tutto ciò che si prova mentre combatti. Puoi esser sfavorito dai pronostici ed esser dato per carne da macello, ma quando e se riesci a salire su quel ring, ogni secondo che passa sei allo stesso tempo un potenziale campione. Anche e solo perchè hai la possibilità di lottare. Certo è che vincere ogni tanto non sarebbe così male. Ma anche quando si perde, e quante volte abbiamo perso lo sappiamo solo noi, la cosa continuerà a piacerci. E continueremo a cercare un modo per ritentare la via del successo.

Perchè una cosa bella non te la levi dalla testa neanche se ti fa male.

Date alle persone la possibilità di poter combattere per un titolo, qualsiasi esso sia. Perchè se è vero che le cose belle son destinate a finire, almeno potranno avere il tempo di abituarsi alle botte. Soffriranno di meno e avranno sempre un motivo per non mollare e riprovare ancora.

E ancora, e ancora

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temporali estivi

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Arrivano e colpiscono.
Temporali estivi, inaspettati e all’inizio del tutto non desiderati.
Chi mai spera in un temporale estivo, c’è tutto l’inverno per far piovere e chiudersi in casa, sotto le coperte davanti a Netflix con il camino acceso.
L’estate è fatta per stare in giro in maglietta, a conoscere persone in costume.
D’estate nessuno vuole un temporale.

Ma se arriva mentre tu sei in moto senza che te lo aspetti, l’acqua la prendi tutta.
Di cento volte che può esserti capitato, c’è quella volta che l’ora che ti travolgesse, sul serio non la vedevi.

E quindi si, tutta.
La prendi tutta.
Goccia dopo goccia, come fosse aria fresca dopo mesi di afa estiva.

La prendi tutta.
Felice di arrivare a casa bagnato manco ti fossi buttato in mare vestito.

E mentre ti fermi e ti asciughi la testa con l’asciugamano che avresti dovuto usare per sdraiarti a prendere il sole, ecco che pensi a quanto questo temporale sia stata la cosa più bella e allo stesso tempo più inaspettata che potesse capitarti.

E capisci che in fin dei conti un pò d’acqua non ha mai fatto male a nessuno.
E che anzi, quasi quasi questa sensazione la vorresti addosso anche con 40 gradi all’ombra.

Senza acqua e sotto il sole.

Ma pur sempre con un temporale dentro.

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• se fossi in lei •

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Spesso ci si chiede quale sia la soluzione a qualsivoglia mistero, bugia, rompicapo o problema che fa da contorno alle nostre -lunghe- giornate.

Per non dire vite.

E non pensiamo mai che il vero mistero da risolvere, una delle più grandi sole con la quale ci siamo trovati almeno una volta ad aver a che fare, sia la frase che un giorno qualunque -in una situazione qualunque- viene formulata, prodotta e quindi esce dalle labbra di una ragazza:

“Se fossi in lei non farei assolutamente così con te”.

E poi..

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tutto O niente

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Capita molto spesso a ragazzi o ragazze non per forza sinonimi di bellezza cristallin-pura e finita, di trovarsi di fronte a situazioni nelle quali si lanciano verso un’altra persona allo stesso modo di come farebbero con un paracadute malconcio da un aereo a 6000 metri di altitudine.
Gli epiloghi sono tra i più svariati immaginabili.
C’è chi piglia più granchi della Sirenetta, c’è chi si dispera perché il paracadute non gli si apre, chi vede sempre altri godere dei suoi sforzi, chi non si butta e rimane sull’aereo, chi vede gli altri realizzare i propri “sogni”, chi impreca inventandosi insulti degni di Walt Disney e, tra gli altri scenari, anche quel soggetto random più unico che raro al quale il paracadute si apre.

Ecco bene, quello non sono io.

Io, come penso parecchi altri, sono quel tipo di persona che scavallati i 30 anni si pensa voglia conoscere una ragazza da zero per diventare grandi amici.
Quel tipo di persona che di amiche ne ha tantissime da anni e anni e più che rodate e assodate come si suol dire, ma che secondo qualcuna non sono abbastanza.
Forse quel tipo di persona che deve essere talmente descritta come fuori dall’ordinario e di sani principi e valori, tra i quali il rispetto del prossimo con un occhio di riguardo verso il gentil sesso, cosa che non ci vuole Einstein per affermare che si sia perso del tutto in ogni luogo, modo e lago, da pretendere per forza che faccia parte del proprio cerchio dell’amicizia.
Un pò come dire:
sei perfetto, senza te è difficile stare perché mi dai quello che coloro ai quali la dò e appago sessualmente e con l’amore puro, non mi danno.
Detta male?
Da te voglio tutto tranne che il cazzo, quello me lo dà già il mio ragazzo.

E se niente niente uno dicesse di no per rispetto della propria intelligenza e amor proprio, si troverebbe davanti a scenate che quasi potrebbero sembrare peggio e più isteriche di quelle di una fidanzata.
Che sarebbe poi quello che voi avreste voluto e per cui vi trovate a fare certe discussioni.

Un delirio, si capisce solo dal quanto sia complicato spiegarlo.

Troppo facile per una ragazza o ragazzo che sia, vale per ambo i sessi sia chiaro, rifiutare qualcuno e poi avanzare pretese nei suoi confronti facendo leva sulla consapevolezza che questa persona abbia più che un debole.
Penso che nessun essere vivente alla veneranda età di 30 anni si svegli una mattina e decida di farsi avanti con una persona mai vista e mai conosciuta con l’intento di aggiungerla alla lista delle proprie amicizie invitandola ad uscire, a cena, cinema o dove cavolo sia.

Non penso che una ragazza che nel giro di un anno abbia avuto a che fare con più persone di me in tutta la vita quasi, abbia bisogno di avere per forza nel cerchio della fiducia alla Robert De Niro in “Ti presento i miei” uno dei pochi con cui non ha concluso nulla, perché magari la capisce meglio degli altri.
Se davvero così fosse, non ci sarebbe manco da parlare e non ci sarebbe altro all’infuori di loro due.
Se c’è dell’altro, allora è giusto che tra di loro non ci sia nulla. Di cosa parlerebbero, delle storie amorose, del perché abbiano litigato con il partner la sera prima? O magari guarderebbero assieme le foto dell’ultima vacanza tutta a cuori, o si darebbero la buonanotte da due letti diversi ma dei quali uno solo riempito da due persone? Un’amicizia basata sul finto interesse dell’altro, quando l’unico interesse sarebbe quello che non si potrebbe esaudire.

Nessuno è nato per essere ciò che vuole un altro.

Perciò cari miei e care mie, se non volete perdere queste persone che diventano imprescindibili per voi e la vostra vita solo dopo che le avete sfanculate e le avete portate all’esasperazione, pensate subito al perché si siano palesati nella vostra quotidianità dal nulla e non cascate dal pero dopo mesi con le classiche esternazioni tipo:
“ah ma io pensavo volessi esser mio/a amico/a”.
Amici di sto cazzo, ecco gli unici amici che potete essere.

E se dovete optare per scelte opposte a quelle che sono chiaramente le loro, prendetevi le vostre responsabilità e siate sempre e dico sempre, pronti a ricevere in risposta al vostro:
no
un:
va bene, allora ciao“.

Se uno vede in voi il suo tutto, non potrà mai esistere mezza misura.

O sarete tutto, o non sarete niente.

TUTTO o NIENTE.

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Non tutto va come deve andare

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Pretendete tempi infiniti per fidarvi di qualcuno che conoscete da poco e con cui vi sembra strano che le cose possano andare così bene, e poi vi basta mezzo secondo di sguardo incrociato per tornare da un vostro ex qualsiasi o da una vostra vecchia fiamma con cui, appunto perchè di passato e finito si tratta, evidentemente non era andato tutto così bene.

Pensate di meno, vivete di più.

Semplicemente.

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fida(nza)rsi è bene, fidarsi è meglio

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Di frasi dette o sentite dirsi, che accomunano la maggior parte degli esseri umani, penso ce ne siano alcune più famose delle canzoni di Beyoncé.
Ma quella che chiunque di noi, ormai ex piccoli bambini ingenui che dovevano esser formati e scalpellati dal martello dei genitori o dei nonni che fossero in modo da diventare ai loro occhi e per il loro orgoglio la miglior statua che mai avessero potuto scolpire, ha sentito pronunciata con la voce di mamma o papà almeno una volta, secondo me rimarrà sempre:
“non accettare le caramelle da uno sconosciuto”.

E sia che le accettassimo disobbediendo e dando via al turbinio di trasgressioni che avrebbero poi dato un’identità alla nostra adolescenza, sia che rifiutassimo anche il minimo saluto da parte di qualcuno che non faceva parte della nostra sfera affettiva seguendo quindi i consigli di chi identificavamo come coloro in grado di dare un nome ad ogni nostra paura ed una risposta ad ogni nostra domanda infantile e adolescenziale poi, ognuno di noi è cresciuto con il “?” stampato sulle facce delle persone che non conoscevamo.
Guardinghi.
Con le mani sempre avanti.
A volte con il timore infondato verso il prossimo.
E la paura di ciò che per noi era sconosciuto, persone o cose che fossero.

Scavallato questo periodo di transizione in cui dalla sicurezza genitoriale si passava quindi al gasatissimo raggiungimento di un’indipendenza affettiva, ognuno si sentiva in grado di poter valutare da solo chi far entrare a far parte della propria vita e a chi dare così confidenza e fiducia.
È il classico periodo in cui si formavano le amicizie e le fratellanze non di sangue.
Spesso e volentieri andando contro il giudizio dei genitori.
Grazie a questi legami ci sentivamo pronti ad andare in guerra contro tutto e tutti.
L’amicizia ci dava quel senso di onnipotenza e di non necessità di nient’altro che quella.
Pensavamo che il superamento di un problema dipendesse solo da un amico.
I problemi non erano problemi se avevamo un amico o un’amica a fianco.
Pensavamo che non ci servisse altro che questo.

Ma eravamo adolescenti, non avevamo esperienza di vita, eravamo solo delle 500 con il motore di una Ferrari e con mezza tacca di benzina.
Tutta l’energia che ci sentivamo addosso, amici o meno a fianco, non sapevamo ancora come usarla al meglio.
Ci sentivamo in possesso di ogni strumento, ma non disponevamo dei mezzi adatti.

E proprio questo bisogno di acquisire consapevolezza nei nostri mezzi in modo da convogliare le energie nel giusto canale ci ha portati allo step successivo.

Quello dove più o meno mi trovo adesso e dovrebbero trovarsi i 20-30enni come me.

La rivalutazione dei propri bisogni, i primi piani un pò più a lungo termine.
Quelle scelte che con un amico si fanno, ma non per forza si fanno assieme.
Siamo consapevoli e certi che un vero amico sarà sempre al nostro fianco e ci sosterrà nelle nostre scelte, o magari ci farà ragionare se prendessimo decisioni avventate e insensate.
Ma non sarà più con noi come da bambini in bicicletta per il paese tutto il giorno tutti i giorni, sempre assieme in simbiosi.
Arriva quel momento in cui le strade personali si dividono e vanno verso la formazione del singolo individuo all’interno di una socialità già salda, ma comunque in continuo sviluppo ed espansione.
Individuo che sarà influenzato e veicolato dal suo passato condiviso e vissuto sempre con qualcuno a fargli da appoggio, nonostante si trovi adesso su una strada da percorrere da solo.
È quel momento in cui abbiamo bisogno di conoscere il Mondo, di andare oltre la piazzetta che è stata la nostra comfort zone per anni e in cui ci sentivamo più al sicuro che in un bunker anti-atomico.
Un momento in cui sentiamo la necessità di conoscere persone nuove, una ragazza, un datore di lavoro, un socio in affari.
La strada verso la vera indipendenza personale ed affettiva di ogni persona.

E qui dobbiamo rifare i conti con il terrore inconscio e mai rimosso del “nuovo” e ovviamente con la paura nei confronti dello sconosciuto.

Perchè per quante esperienze possiamo aver avuto, per quanti problemi possiamo aver affrontato nella nostra vita da piazzetta, adesso siamo da soli.
Potremmo chiedere tutti i consigli di questo Mondo a chi fa parte del nostro cerchio della fiducia, ai nostri genitori, ai nostri amici, ma saranno comunque scelte che dovremmo prendere in autonomia.
Adesso dobbiamo mettere in pratica tutto ciò che abbiamo imparato guardando e vivendo le persone di cui ormai ci fidiamo ciecamente da anni.

Così come abbiamo imparato a muoverci per i vicoli di un paesino, interpretando gli stimoli che le persone ci mandavano e grazie ai quali abbiamo imparato a discriminare tra chi “ispira fiducia” e chi “non ispira fiducia”, così dovremo fare per le strade a 5 corsie delle metropoli in cui ci troviamo ora.

La nostra comfort zone sapremo sempre dove trovarla, da lì se tutto va come deve non si schioderà mai.

Sta solo a noi farla conoscere a qualcuno che ne valga la pena e che voglia lui per primo o lei per prima entrare a farne parte.

Magari sarà una persona che darà la svolta al raggiungimento della nostra indipendenza.
Magari ci potremo fidare di questa persona nonostante l’abbiamo conosciuta da grande e non da pischelli in fermento e in cerca spasmodica di alleati con cui andare a suonare dei campanelli.
Magari sarà questa stessa persona a fare di tutto per far si che ci possiamo fidare di lei come ci siamo sempre fidati dei nostri amici di infanzia.
Magari questa persona sarà più di un’amica, e sarà tutt’altro che amica. Ma ci fideremo di lei se ce lo permetterà e farà capire.

Sta a noi capirlo.

Sta a noi iniziare a pensare di accettare una caramella da uno sconosciuto con tutte le carte in regola per cambiare la sua condizione nei nostri confronti.

È un Mondo fatto per aver a che fare con chi davvero vuole aver a che fare con noi.
Un Mondo talmente pieno di persone sconosciute e che tali rimarranno, che quando una persona davvero mostra un interesse mai visto o provato prima nel conoscerne un’altra bisognerebbe prendersi il rischio e disobbedire a ciò che ci dicevano mamma e papà quando eravamo bambini.

Un Mondo fatto per combattere per qualcuno che non conosciamo ancora ma che vogliamo a tutti i costi.

Un Mondo fatto per non stare da soli.

Vuoi continuare a proteggerti dagli altri o vuoi iniziare a farti proteggere da qualcuno?

Salti tu salto io, giusto?

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Ti voglio, ma come vuoi tu

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Spesso sappiamo che dovremmo ammazzarla di insulti, riprenderla e farle notare che le cose non vanno sempre come vorremmo e come dovrebbero.
Dovremmo dirle che a volte ci facciamo del nervoso senza un senso.
O meglio, un senso e forse più di uno lo ha e noi per primi sappiamo benissimo di che senso si tratti.
Dovremmo incazzarci più spesso e sbottare, lanciare il telefono e mandarla a quel paese magari, invece che non rispondere e far passare il momento.
Vorremmo che non sparisse per delle giornate intere.
Vorremmo che ogni tanto fosse lei a chiederci di fare qualcosa, se non altro per la soddisfazione di dirle di no.
Anche se un “no” detto da noi lo sentirà davvero poco, più o meno come noi sentiamo dire “si” da lei.

La odiamo quando ci dà degli esagerati, perchè se siamo esagerati la colpa è solo sua o di chi l’ha fatta come è.

E perchè magari di esagerata c’è solo lei nell’accezione più positiva del termine.

La cancelleremmo dal telefono quando ci dice che siamo scontati, perchè di scontato c’è solo quanto sia unica e quanto ci siamo rincoglioniti per questo motivo.
Vorremmo che non ci fosse nessuno al Mondo che la veda come la vediamo noi, che pensi di lei quel che pensiamo noi e che voglia da lei quel che vogliamo noi.
Vorremmo quasi che non fosse così bella come è realmente, che non avesse quei due occhioni grossi come palle da bowling e che per questo motivo fanno sempre strike, o quel sorriso bianco come neve che quando mette in mostra, appunto, fa ghiacciare il sangue nelle vene.
Vorremmo vederla e sentirla sempre felice e contenta, con pochi dubbi e piena di certezze, fiduciosa nel prossimo, senza blocchi nel chiedere aiuto, conforto, o anche solo di andarla prendere a casa una sera.
Vorremmo che una volta si vedesse con i nostri occhi e si giudicasse con la nostra testa.
Vorremmo che ci credesse quando le diciamo che ci imbamboliamo e diventiamo degli ebeti in sua presenza, reale o virtuale che sia.

Vorremmo averla conosciuta molto molto prima.

Vorremmo e dovremmo.

Ma non vogliamo e non dobbiamo.

Non vogliamo, perchè se siamo così con lei è solo ed esclusivamente per come lei è con noi.
Non vogliamo, perchè quando conosciamo una persona prima di tutto dobbiamo pensare al suo passato che non conosciamo, esser consapevoli che sarà stata di sicuro plasmata dagli eventi che ha vissuto prima di noi e quindi vivere con la certezza che siamo solo un’aggiunta più o meno importante al suo libro già pieno di capitoli.
Una pagina da inserire in uno dei tanti, o se siamo fortunati e lo meritiamo, la prima pagina di un nuovo capitolo, ma senza la pretesa assoluta di essere il primo e tantomeno l’ultimo.
Non vogliamo, perchè ci piace così e nessuno ci tiene il fucile puntato o ci costringe a fare quello che facciamo.
Non vogliamo, perchè noi per primi sappiamo di non volerlo.

E non dobbiamo soprattutto.

Non dobbiamo perchè il bello di una persona è esser ciò che è senza adattarsi a chi ha di fronte cambiando i suoi modi di fare.

“Abbracciala e stalla a sentire, anche se ripete cento volte la stessa paura.
Abbi pazienza e abbi amore.
È tutto lì”.

Spesso e volentieri in situazioni simili mi piace dire che “se ci si deve prendere e addirittura innamorare di qualcuno lo si deve fare per ciò che questa persona è, e non per ciò che noi vorremmo che fosse”.

Sennò ci innamoreremmo solo di noi stessi, forse neanche di quelli.

Perchè di perfetto c’è poco e niente al Mondo.

E anche se già ci sentiamo rimbombare in testa la frase “ma tu non mi conosci”, siamo delle teste di cazzo e glielo diciamo lo stesso senza problemi, come ogni altra cosa che le abbiamo detto e che continueremo a dirle in futuro:

“forse qualcosa di molto vicino al perfetto l’ho trovato.
Altrimenti avrei voluto tutto il resto”.

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Perdersi

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Ci si perde.

In un bicchier d’acqua.
Per strada.
In città.
In macchina.
A piedi.

E negli occhi.

Perdere non è mai bello è vero, lo insegnano fin da piccoli nonostante si cerchi di mascherare il tutto con la frase-minchiata:
“l’importante è partecipare”.

Ma quando mai?
Perdere fa schifo, punto.

Però se proprio dovessi scegliere di perdere, se fossi costretto a dovermi rassegnare a perdere in vita mia, allora lo vorrei fare dentro due occhi.
Perchè mi è successo, ed è stato unico.

Quasi ipnotico.

Perdersi negli occhi è incredibile, perchè non per forza devono appartenere a qualcuno che conosciamo.
Non per forza quei due occhi devono avere una voce a noi famigliare.
Quei due occhi non per forza devono guardarci.
Basta un solo incrocio, quel mezzo secondo di sguardo fisso, ed uno ci si perde dentro.
Partono una serie di impulsi e sinapsi che cari, costosi e luminari neuropsichiatri levatevi proprio.

Basta.
Sei perso là dentro e non ne esci manco se ti lanciano una corda o se mandano una squadra di recupero.

Perso.

E non ti interessa se magari questi occhi non hanno il fisico di Belen Rodriguez.
Poco importa se li devi guardare dall’alto al basso perchè sono alti 1 metro e 60.
Non è un problema se a volte ti guardano con aria permalosa e acida.
Puoi sopravvivere nonostante si prendano periodi sabbatici, Domeniche di riposo e sparizioni inaspettate e lunghe giorni.
Non ti riesci a ritrovare e, forse, ti ci perdi ancora di più quando tergiversano o ti accorgi che sono occhi che guardano anche altrove.

E poi vai oltre.

Perchè quando ormai ti sei perso in qualcosa di così illegalmente bello, decidi, soprattutto percepisci e addirittura ti arrendi alla idilliaca idea che perdersi sia stata l’unica cosa giusta che avresti potuto mai fare.
E che quindi perdere non è poi così brutto come ti hanno sempre fatto pensare.

Quindi, perso in un Mondo dal quale non vorresti mai uscire, scendi di poco.
Giusto 5 centimetri.

E trovi davanti a te un sorriso da copertina.
Non da copertina marroncina che hai sul letto, ma da copertina di qualche rivista di moda.
E anche se sotto quel sorriso indosserebbe jeans e Stan Smith o una semplice tuta da casa, un viso del genere sarebbe in grado di rendere invisibile ogni altra cosa esistente, outfit non da rivista di moda compresi.
Ma a me di quello che pensa la moda non me ne frega niente.

Lei è perfetta perchè è semplice, acqua e sapone e senza bisogno di tacchi o vestitini per attirare l’attenzione.
Le basta il sorriso.
È perfetto, bianco come il latte, smagliante nonostante la metà delle volte sia coperto dalla linguaccia che tira fuori quando le scattano delle foto.
O quando se le autoscatta, soprattutto.
È un sorriso che unito a quei due occhioni potresti riconoscere in mezzo a 10mila persone.
Non è così scontato abbinare occhioni e sorrisoni, e quando capita le cose sono due.

O hai di fronte qualcosa che ti ha fulminato o sei fulminato.
Non posso dire con certezza cosa sia, la cosa sicura è che di colpo di fulmine si tratti.

Rimani quindi basito e rincoglionito se la hai davanti, un ebete di fronte alle sue foto.
Come un bambino davanti all’ingresso di DisneyWorld.
Come un 25enne che realizza il suo sogno americano all’uscita della fermata della metro a New York, che rimane 10 minuti con la testa all’insù ad ammirare ciò che aspettava da una vita, in silenzio e con un tornado di emozioni dentro.
Forse questa è la metafora più adatta a spiegare cosa ti sia successo la prima sera che hai incrociato il suo sguardo e sei rimasto due ore a fissarlo, facendoti sgamare come un idiota senza che ti importasse.

Se anche avessi avuto dei dubbi sugli occhi, ora ne sei sicuro.
Sei perso del tutto.

Quindi ti fai avanti, dopo un pò e cercando un qualche pretesto.
E inizi ad averci a che fare.
E scopri che quei due occhi senza una voce e quel sorriso di cui non conoscevi il motivo, hanno ben più di un perchè.

Sono di una ragazza che è tutto quello che hai sempre sperato di trovare proprio mentre ne conoscevi una.

Una ragazza con voce bassa sensualissima che ascolteresti ore.
Una che dice sempre di no ai tuoi complimenti, ma senza dirti che arrossisce.
Una che non dice mai grazie, ma sempre che esageri, perchè altrimenti andrebbe contro la sua vocazione del non dimostrare nulla a nessuno.
Una ragazza autoritaria, ma sempre alla ricerca della certezza che una sua qualità sia reale e che tu te ne sia reso conto.
E anche se così non fosse te ne renderesti conto dal numero di volte che ti tira la frecciatina per sentirsi dire quello che vuole o quello che ancora non le stai dicendo.

Una principessa con i pantaloncini da calciatore.
Tutto quello che hai sempre sognato di trovare.

E che adesso speri di poter continuare a far ridere e stupire nei modi meno scontati e noiosi che conosci o che, ancora meglio, non conosci e scoprirai con il tempo.
In particolare grazie a quello che lei riuscirà a tirar fuori da te.
O a farti tirar fuori.

Gioco a calcio, e perdere è un verbo che chiunque pratichi sport vorrebbe cancellare dal proprio dizionario.

Ma vi posso assicurare che per la prima volta ho perso davvero volentieri e con il sorriso.

Ora però è arrivato il momento di vincere.

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Chi non ti vuole (non) ti merita.

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Chi non ti vuole non ti merita.

Penso sia una delle frasi più paracule mai scritte o inventate.
Perchè se ci pensiamo bene dire che una persona che noi vorremmo non ci merita perchè non ci vuole, equivale a dire che una persona è povera perchè la ricchezza lo evita.
O che una squadra di serie A non lo mette in rosa perchè, nonostante evidenti capacità di natura sportiva o umana, non lo merita.

E per me son solo cazzate.
Anzi, sono grandi scuse.

Scuse alle quali si fa ricorso quando non si vogliono fare i conti con una realtà cruda o triste.
Scuse che, secondo gli “usurai” di questa frase, dovrebbero farti sentir meglio e sollevato di fronte all’ennesimo due di picche preso da una persona, di fronte alla centesima volta in cui non vieni scelto e al posto tuo vedi un altro per mano con quella lei che tu avresti voluto, ma che ha scelto un altro perchè lo preferisce a te.

Spiegatemi perchè una persona che sceglie un altro al posto tuo non ti merita.

Magari sei tu che non meriti lei.
O magari, e questo è come la vedo io, tu la meriti ancor di più solo perchè continui a volerla, nonostante tutto.

E poi parliamoci chiaro.
Quando conosciamo una persona e iniziamo ad averci a che fare, prima di capire se è lei che meriteremmo o meno, sappiamo solo di volerla o di averla voluta tantissimo.
E basta.
Dei meriti ce ne facciamo tanto come di un paio di scarponi da sci al mare.

Una persona la si vuole quando e se ti piace e la si vuole e basta.
Non servono tanti giri di parole, tante filosofie.
Potresti meritare Emily Ratajkowski, ma se agli occhi delle persone sei considerato uno che non vale la pena volere, Emily la continuerai a guardare su Instagram cercando persone che ti tratteranno come uno 0 e che se la tireranno 100 volte più di lei.
Proprio da 0 a 100 in meno di 3 secondi.

La frase andrebbe rivista.

Chi non ti vuole è perchè non ti vuole“.

Tutto il resto che la natura lessicale italiana ti permette di cambiare e render meno doloroso, sono solo scuse.

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