all is fair in love and war

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All is fair in love and war era il titolo di un cortometraggio di cinema muto dei primi del ‘900. 1908 per esser precisi. La frase di per sè sembra un invito all’apertura verso due argomenti totalmente opposti nell’ideale collettivo moderno e, mi lancio in questa contestualizzazione decontestualizzata (come mi piacciono le figure retoriche, non si capisce vero?), anche nei primi anni dello scorso Secolo. La traduzione letterale recita e trascrivo testuale “tutto è lecito in amore e in guerra”. Che poi si possa sostituire il termine -lecito- con concesso o giusto poco importa, perchè ciò che realmente dovrebbe lasciare spaesati pur trattando argomenti come amore e guerra che per quanto distanti ad alcuni, sono alla portata di tutti -tipo la famosa scena di John Travolta mentre aspetta Uma Thurman in Pulp Fiction (come mi piacciono le citazioni cinemaniache, non si vede manco un pò vero?)- è la scelta stessa di ciò che evoca la parola “concesso“. Senza dimenticare l’accompagnamento del “tutto“. Ci troviamo di fronte ad una frase entrata poi a far parte della cultura di massa, che ha lasciato e lascia adito alle più disparate teorie riguardo che cosa, a chi e perchè dovremmo concedere il nostro tutto, un pò anche quello degli altri a seconda della situazione a dire il vero, in due dei forse più complicati momenti di fronte ai quali ognuno potrebbe trovarsi lungo il filo della vita. Uno molto probabilmente lo si cercherà di evitare con tutte le speranze, l’altro lo si andrà a cercare anche nei vicoli più stretti e nascosti. A volte è disarmante, tanto per restare in tema, come due cose talmente opposte siano però legate tra di esse indissolubilmente da una medesima idea di fondo. Basti pensare ad esempio a quante guerre siano scoppiate a causa dell’amore, e perchè no, anche a quanti amori possano esser nati durante o dopo la fine di una guerra che al contrario non avrebbero mai avuto ragione di essere. Non è questo il luogo dove voglio trattare in profondità questi determinati episodi, mi servivano per arrivare qua. 114 anni fa, menti abbastanza illuminate e con propensione verso il futuro come registi e cinematografi, producevano un cortometraggio basandosi sulla concezione secondo la quale qualsiasi cosa che si facesse in amore così come in guerra, andava bene. Penso sia alla portata di tutti affermare che una idea simile fosse folle. E la sia tutt’ora. E allo stesso modo, pur non avendo indagato, immagino che gli autori abbiano voluto fortemente giocare sul dualismo creato da una titolo del genere. Eravamo ricordo ai naviganti, nel 1908. Ora vi spiego la trama del cortometraggio: tre amici entrano in competizione quando si mettono a corteggiare una bella ragazza. Ogni volta che uno di loro cerca in qualche modo di rendere omaggio alla giovane, gli altri due gli mettono i bastoni tra le ruote. Non vincerà nessuno dei tre perché alla fine interverrà un poliziotto che scapperà via con la ragazza. Mi state seguendo? Siamo ancora oggi fermi immobili a ideali di 114 anni fa. L’uomo che si evolve da milioni di anni e fa passi avanti nella scala evolutiva periodicamente, per quanto possa aver inventato tutto ciò di cui usufruiamo nella nostra quotidianità, in questo caso è rimasto bloccato a concetti di più di un secolo fa. Merito della lungimiranza dei produttori millenovecentotteschi del film, o demerito nostro e dell’incapacità di andar oltre certe convinzioni a questo punto universali? Ai posteri -perchè penso che anche il nostro slot evolutivo sia incapace di trovare una risposta purtroppo- l’ardua sentenza (come mi piace citare passi di immense opere letterarie non si vede manco un pò, vero?). Adesso mi sento del tutto leggero e posso iniziare liberamente a svolazzare qua e là nel campo di girasoli dell’argomento di cui voglio trattare.

Sono triste e contrariato. Mai avrei pensato su questo blog di parlare di una guerra nel mentre che la si stesse combattendo. Anche in questo momento, ogni lettera che batto sulla tastiera potrebbe corrispondere ad uno sparo o ad un urlo. E per quanto possa sembrare una frase filosofica e scontata, non diamole una connotazione sbagliata; mettiamocelo in testa, mentre siamo intenti a vivere la nostra quotidianità a non più di 3-4mila km persone come noi sono in guerra. Una guerra vera, non di realtà virtuale. E le persone coinvolte non fanno parte di nessun universo parallelo o di chissà che zona del Mondo a noi remota, come potrebbe sembrare una delle svariate guerre in Africa o Sud America -ma quelli son luoghi distanti, lasciamoli dove sono tanto non ci toccano- che sia. L’Ucraina invece è dietro l’angolo, l’Ucraina per qualche motivo ci tocca. Lì la guerra, a chi più o chi meno, ci unisce. Rendiamoci conto: sono due anni che ci scanniamo a volte con fermento misto a gioia, per una cosa della quale giuro che non parlerò mai in questa sede, e adesso come per magia ci uniamo tutti sotto il fuoco acceso dell’ingiustizia che l’invasione russa ha provocato in ognuno di noi. Ci sentiamo giustificati nell’esserlo, perchè esser contro una guerra è concesso. Sia chiaro, sono il primo ad esserne contrario e spero che tutto finisca più in fretta possibile, ma allo stesso tempo mi fa molto pensare che sia stato lo scoppio di una guerra a farci tornare a ragionare di insieme, guerrapiattisti esclusi. Fa avere quasi una percezione migliore di sè stessi. Tutto mentre davanti ci scorrono immagini di famiglie in fuga, mamme e bambini in condizioni complicate, città sventrate, vittime. Davvero ci voleva una guerra per farci sentire brave persone che son contro la guerra? Certe cose per me non devono esistere e certi concetti devono evolversi. Guerra o amore che sia, non è concepibile che tutto sia concesso, devono esserci delle regole. Da bambini, gli stessi che adesso vediamo e per i quali siamo dispiaciuti, possono non esserci regole e tutto può esser concesso. Quando giravamo in bicicletta sotto casa con nostra sorella, quando con i nostri genitori passandoci davanti cercavamo di indovinare i gradi dei termometri delle farmacie, quando stavamo in mezzo a mamma e papà sul divano con un dito in bocca da una parte e uno a girare i capelli magari strappadone anche dall’altra, quando invece che farci dormire da soli in cameretta ci facevano stare con loro toccandogli le orecchie rigorosamente fredde, perchè sennò calde non fungevano da ninna nanna. E perchè no, magari lo facciamo anche da grandi nel letto con il nostro partner che sbuffa o ci sfancula, ma alla fine trattandosi di amore ci concede questo vizio che ci portiamo fin da piccoli. Notare bene, anche in amore a mio avviso non è così giusto che tutto sia concesso e che non ci siano regolette e rispetto dell’altro. Ma fino a che si tratta di farsi accarezzare orecchie o guance per far sì che la fidanzata si addormenti meglio, non so perchè ma penso che tutti voi che state leggendo sarete d’accordo con me sul fatto che siano dei vaffanculo ma detti o pensati con il cuore pieno di amore. Perchè lasciarci fare degli slalom in corridoio appendendosi al muro tipo Matrix per scivolare meglio in curva, così da raggiungere in questo modo divertente il bagno quando eravamo delle bambine iperattive. E perchè non farlo tutt’ora quando sentiamo di essere in una giornata particolarmente atletica. Io abbracciavo chi dei miei genitori mi asciugava i capelli colpendoli sui fianchi come se tenessi un ritmo, tagliavo i capelli a mio nonno mentre dormiva. Avevo certo delle regole, ma mi veniva concesso quasi tutto perchè ero un bambino e ne avevo come tutti il bisogno. I bambini hanno bisogno che gli venga concesso quasi tutto, perchè non sono capaci di approfittarsene e laddove combinassero qualche stupidaggine, sarebbe sempre e comunque un qualcosa di ingenuo e in buona fede. I bambini non sanno far del male agli altri consapevolmente. Ecco che cosa dovrebbe accomunarci tutti e farci ragionare univocamente, ecco che cosa ci deve unire. La consapevolezza che ognuno di noi il tempo in cui tutto ci è stato concesso lo abbiamo avuto. Perchè poi ad esempio in un niente a volte si diventa genitori, e si inizia a concedere a nostra volta il nostro tutto alla nostra ragione di vita (si ho ripetuto tre volte lo stesso termine!) e non facciamo in tempo ad abituarci all’idea del senso di pienezza che una creatura tanto piccola sia in grado di darci, che già ci sentiamo svuotati quando per qualsiasi ragione dobbiamo distaccarci da essa. Il nostro tutto al quale concediamo tutto che diventa niente, pur restando tutto. Bel casino del cazzo l’amore puro verso qualcuno, quasi che era meglio una guerra in medio Oriente tanto son distanti -scherzo ovviamente-. Crescendo ci dobbiamo evolvere, imparando a fare a meno di qualcosa che da piccoli non potevamo e soprattutto che il Mondo in cui viviamo è fatto di regole in cui l’utopia di inizio ‘900 del tutto è concesso, amore o guerra che sia, in realtà altro non funge che da una mera illusione creata ad hoc e sulla quale basare il nostro processo evolutivo. La frase magari andrebbe riscritta:

“quasi tutto è concesso da bambini, qualcosa in amore e nulla, si spera, in guerra”

Ci fosse mai qualche dubbio, penso che i bambini ucraini -ma come loro tutti gli altri bambini coinvolti in qualsiasi conflitto che ci sia mai stato, allo stesso modo delle mamme, dei papà, delle donne, degli uomini e degli anziani- se potessero scegliere, sicuramente vorrebbero che gli fosse concesso tutto adesso, per poi poter sapere cosa concedere e cosa no un domani in amore, ed essere in grado di scegliere di non concedere nulla in nessuna guerra, perchè sarebbe un concetto del tutto superato e senza motivo di esistere.

Sembra quasi un discorso da film demenziale sui concorsi di bellezza, ma ahimè è la squallida realtà in cui ci troviamo. Mi sa che a qualcuno da piccolo e successivamente in amore in età adulta non è stato concesso nulla e si sta rifacendo con gli interessi scatenando guerre.

Mi han chiesto che cosa farei se rinascessi Putin o qualunque altro personaggio che nella storia è stato artefice di conflitti e morti evitabili, ho risposto solamente che saprei di dover nascere dal culo.

Grazie Elena, Marta, Giorgia, Martina, Giulia, Francesco e Matteo. Pochi, ma indispensabili alla stesura. A volte da un ricordo si sviluppa un argomento.

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• SORprendimi •

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Sorprendere già di per sè evoca qualcosa di bello.
Perchè se una persona non ha una buona e precisa ragione per farlo, allora non sorprende per niente.
E la cosa più bella è che uno la ragione può averla solo per sè, non per forza per la persona che si vuole sorprendere.
Sarò più chiaro con un esempio alla portata di tutti:
se mi sveglio e voglio mandare 5000 rose rosse ad Emily Ratajkowski, nonostante ad Emily possano interessare tanto quanto le previsioni meteo di Finale Ligure del 29 Febbraio, la differenza il gesto la farà per me che ho avuto la voglia e la gioia di farlo.
Disinteressandomi totalmente delle aspettative che le rose potranno avere sul rapporto tra me e lei, non aspettandomi in risposta una dichiarazione di amore da parte sua o un futuro potenziale matrimonio (solo perchè è già sposata sia chiaro).
È questa per me la forza della sorpresa nei confronti di una persona.
Farlo senza non pretendere di avere, una sorta di “do ut non des“.

Mettiamo un attimo da parte Emily;

chi decide quindi chi debba essere per qualcuno una Emily piuttosto che un Brad?
Chi si sente di dare un metro di giudizio per giustificare la volontà di voler sorprendere qualcuno?
Soprattutto, chi si sente in grado di dire che voler sorprendere qualcuno sia sbagliato dal momento che non ci si aspetti nulla se non la felicità nel sapere di aver strappato un sorriso, o magari qualcosa di più, alla persona che la riceverà?
Spesso capita di sentire quelle frasi che mai si vorrebbero sentir pronunciare come “ormai è troppo tardi” o “se potessi tornare indietro“.
Io non voglio star qui a dispensare consigli assoluti stile Guru Pitka, tantomeno permettermi il lusso di scrivere “fatelo prima che sia troppo tardi perchè poi ve ne pentirete”.

Dico solo che se vi sentite di farlo, non dovete pensare a nulla se non alla felicità che proverete sapendo di aver sorpreso qualcuno.
E se questa persona non dovesse darvi la risposta che vorreste non vi preoccupate. Un sorriso glielo avrete comunque strappato.

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mezzo pieno • mezzo pieno

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Mezzo pieno è comunque mezzo pieno.

Smettete di pesare le persone in base a come o a cosa sono secondo gli altri.
Smettete di prenderle a piccole dosi, perchè a qualcuno non piace quello che piace a voi.

Ricordatevi che un bicchiere di vino diluito in 1 litro d’acqua, dentro di voi rimane sempre e comunque un bicchiere di vino.

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natale da film & natale da sogno

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È tutta colpa dei film.
Se sognamo un amore che inizi alle elementari e finisca mano nella mano a 90 anni durante una cena natalizia nella villa di famiglia, con i figli, i nipoti e magari i pronipoti. Tutti vestiti a festa, ognuno realizzato nel suo campo lavorativo e nella sua vita, con un albero addobbatissimo, un numero indefinito di pacchi da scartare, tavola imbandita, luci dentro e fuori casa, pupazzo di neve, strade innevate e alberi imbiancati.
Magari qualche ritardatario a causa delle ultime compre in giro per i negozi del centro, che suona proprio mentre tutti lo stavano redarguendo per far sempre le cose di fretta e furia.
Un figlio che è arrivato con l’aereo delle 7 e che ripartirà dopo una settimana di vacanza in famiglia, quello che invece sarà costretto a salire su un aereo già due giorni dopo.

È colpa dei film.

Se ovunque siamo, quando ascoltiamo una canzone natalizia delle più famose ed usurate playlist natalize, non riusciamo a far altro che associarla a scene viste e riviste di questi film, che magari conosciamo a memoria. E percepiamo quella sensazione che gli attori vivono durante il film. Gioia, fretta, amore, spirito natalizio, magia. È quasi come se noi stessi ricordassimo di aver recitato in quel film. Lo abbiamo vissuto guardandolo, lo viviamo ricordandolo ed associandolo ad una canzone, vorremmo viverlo nella nostra quotidianità.

È colpa dei film.

Se quando giriamo per le grandi città e vediamo quei negozi fiabeschi colmi di belle cose, vetrine da museo del Louvre, o quei centri commerciali in cui ci si perde, si pensa sempre che ogni persona che si incrocia sia lì per fare acquisti natalizi fantasmagorici, mentre invece tu sei lì giusto a fare un giro, per guardare le cose da film (perchè alcune davvero si vedono o comprano solo nei film) e sentirti appunto, parte di questo film che secondo te ognuno vorrebbe vivere.
Sognare non costa nulla è vero e spesso lo si fa ad occhi aperti e si può cadere nell’errore madornale di dire:

“perchè non posso essere così anche io?”.

Ed ecco che forse, in questi momenti, certi sogni portano ad apprezzare ancora di più quello che si ha.
Guardando il resto da spettatore non pagante, facendo fantasie che vengono sotterrate appena ci si ritrova in qualche situazione emozionale alla quale siamo abituati.
Al nostro film.
E nel nostro film non c’è sogno che possa distrarci o far disamorare della trama.

È colpa dei film se sognamo di esser gli attori.

Sta a noi scegliere di essere i registi.

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aver NON-bisogno

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Quante volte durante le giornate diciamo o pensiamo la frase “ho bisogno di“.
Apriamo gli occhi e facciamo il planning di ciò che ci aspetta per le 14 in media ore conseguenti.
Quindi avremo bisogno di andar dal benzinaio per fare il pieno alla macchina, bisogno di prelevare, di chiamare quel cliente piuttosto che quel fornitore, di andare in lavanderia, chiamare la mamma, partner, amico..
Tutto ruota attorno al concetto di bisogno di qualcosa senza la quale crediamo di non essere in grado di ultimare o esaudire qualcos’altro.
Come se da soli non fossimo in grado di fare nulla.

Ora, capisco che non tutto sia fattibile da soli, non possiamo pensare ad esempio di prelevare dal bancomat senza il bisogno stesso del bancomat o di lavare la roba senza l’aiuto della lavatrice.
Non mi sono bevuto il cervello shakerato, sia chiaro.

Sto parlando di tutte le altre occasioni, concrete o mentali (per non dire astratte che non mi piace l’accezione che dà) nelle quali veniamo assaliti dal dubbio e dalla paura che quel che siamo e facciamo da soli non sia abbastanza.
In senso lato.

Abbastanza bello.
Abbastanza intelligente.
Abbastanza figo.
Abbastanza matto.
Abbastanza riconoscibile.
Abbastanza utile.

Abbastanza tutto.

E iniziamo (iniziate, iniziano, come meglio credete) a cercare consensi esterni proprio per il bisogno di raggiungere la consapevolezza personale che ciò che si fa o si è fatto, ottenga l’approvazione degli altri.

Ormai basta aprire un attimo gli occhi per rendersi conto di come la quasi totalità delle cose non si faccia più per la soddisfazione personale, ma per il bisogno di doverlo far vedere a qualcun’altro.

Volete farmi credere che quando si fa una foto con il culo di fuori in bella vista e si scrive in didascalia “sguardo al futuro e mai più indietro”, sia per la bellezza della frase, per la profondità del concetto, o per il bisogno di far vedere che si ha un culo (e non dico “bel” perché a volte sono cose inguardabili) e si ha ancor di più il bisogno che le persone guardandolo si facciano una qualche tipo di idea e degli apprezzamenti che senza quella foto non si sarebbero mai ricevuti ed ottenuti?
Mi volete convincere che pubblicare una foto in perizoma con scritto “ho la febbre” sia per il bisogno di tachipirina a domicilio?
O che farsi le foto in Ospedale al Pronto Soccorso, sia per il bisogno che qualcuno chiami il 118 al posto loro, in quanto impossibilitati perché impegnati a farsi un selfie nel profilo migliore che hanno?
O che farsi una foto allo specchio in bagno fasciati da un asciugamano che lascia ad intravedere qualcosa di voi sia per il bisogno di far vedere a tutti che vi siate lavati?
E che aprire un qualsiasi profilo Instagram e vedere 250 selfie sempre uguali con le stesse espressioni sia per il bisogno di avere consigli sul make-up o sul colore dei capelli??
O che per esporre un qualsiasi stato d’animo e scrivere una qualsiasi frase ci sia il bisogno di doversi fare una foto in solitudine, di schiena, in posa da modelle o modelli che guardano all’orizzonte, al cielo, in primo piano con il sorriso o con qualche pezzo di corpo denudato o con chissà che mezzo per far passar tutto in secondo piano e far focalizzare l’attenzione dello spettatore su ciò che in effetti si ha il bisogno di far vedere?

Potrei andare avanti milioni di anni.

Diciamocelo avanti,
ma che BISOGNO c’è di tutto questo cinema o di questo vivere per forza e sempre con il bisogno di approvazione e ricerca di metodi per avere tale approvazione esterna??

Vi assicuro, perchè lo sto provando ed anzi ormai l’ho bello che provato e testato sulla mia pelle, che non esiste nessuna sensazione e stato d’animo migliore di quando ci si sveglia la mattina senza sentire il bisogno di nessuno che non siate voi stessi e quello che siete senza che nessuno vi dica “bravi”.

Il vero bisogno, è l’aver non-bisogno.

Buona giornata.

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social•mente inutili

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Viviamo a Finale, in provincia di Savona.
Se proprio ci vogliamo allargare diciamo che siamo in Liguria.
Un buco di culo sperduto nel Mondo, roba che qualcuno quando dici di dove sei cerca su Google porco il vostro.

E riusciamo a farla credere da matti a dei personaggi di paesi di 10mila cristiani manco fossero tutti Justin Bieber, Brad Pitt o Cristiano Ronaldo.
Per non parlare di nani da giardino che si credono tutte Emily Ratajkowski, Chiara Ferragni o Selena Gomez.
E per farla credere intendo proprio sentir frasi tipo “ah, mamma mia ma è lui, quello famoso”..
Famoso a Finale Ligure zio porcone infame maiale, a FINALE LIGURE ZIO CANE!
O magari sentir dire “eh ci sta che se la tiri e che non ti risponda o ti saluti, lei è la più figa di tutte” in una discoteca dove se le conti ci saranno 30 ragazze in tutto.
E comunque sempre in paesi di 10mila anime.

Frasi del tipo “il Re dei social” o “la Regina di Instagram” vanno bene per personaggi con milioni di seguaci e comunque per esseri umani che anche senza l’aiuto dei Social Network sarebbero conosciuti e famosi comunque, gente che non ha bisogno di comprarsi i seguaci per arrivare a 20mila.. 20mila 😂😂😂😂 e si sentono famosi. Roba che se uno davvero famoso pubblicasse una foto nera arriverebbe in 3 minuti a 200mila like. Roba per la quale questi geni del social-marketing devono fotografarsi nudi o in pose super-hot ad altissimo tasso erotico-sfigatico per festeggiare i 1000 like e stappare bottiglie comprate alla Conad, o per pubblicizzare un brand che manco se mi pagassero metterei mai addosso.

Ah, e se volete fanno anche “collaborazioni” per aiutarvi nello sviluppo e rafforzamento dell’immagine della vostra impresa o azienda.

Tipo la sagra del baccalà marinato.

È proprio vero che come si suol dire, “basta uscire dai garbassi” per accorgersi di cosa sia davvero la vita e di come funzionino relamente le cose.
E di che posto triste in cui siamo nati.
Meraviglioso ambiente, clima, vita.
Ma con della gente che se la infili in una realtà dove sarebbe una delle tante persone in una strada qualsiasi, ma battuta da 100mila altri esseri viventi, penso che non durerebbe 1 mese senza la sua fama da paese.

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batti le mani schiocca le dita fatevi furbi tutta la vita

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La canzoncina fenomeno virale che gira ovunque “batti le mani schiocca le dita umore alto tutta la vita” nonostante provenga da uno dei programmi più demenziali del tubo catodico italiano, rappresenta perfettamente la vita di ognuno di noi:

una persona meno attraente e prestante fisicamente, che fa della cultura e dei modi la sua caratteristica determinante e cavallo di battaglia, dice chiaramente che ha dei limiti emozionali e affettivi all’interno di un contesto sociale dove si creano “vicinanze” tra bei ragazzi e belle ragazze.
Magari per via del fatto che dall’alto della sua intelligenza ha capito che là dentro viene apprezzato fino ad un certo punto, e che diciamolo schietti schietti, se c’è da chiavare non viene preso in considerazione come gli altri suoi coinquilini.
O magari solo perchè l’esperienza gli ha insegnato che prima di lui, una ragazza ne sceglierà e proverà almeno altri 1000 che in foto rimangono meglio.

Ed è qui che se ne esce il figo statuario, il bello e dannato che fa venire le ragazzine (e non solo) solo starnutendo, fisicato a bomba, conciato tipo surfista australiano capello lungo e sorriso assassino.. il classico che nella vita avrà sempre avuto tutto quello che manco avrebbe voluto, perchè gli sarà piovuto addosso.
Figa, situazioni, figa, eventi, figa, soldi, figa, fama e ancora figa.

E cosa gli dice da grande amico profondo e che capisce il momento??
“Ma nooooo, mai giù di umore. BATTI LE MANI, SCHIOCCA LE DITA, UMORE ALTO TUTTA LA VITA” 😱😱😱

Grazie a sto gran cazzo che hai l’umore alto da tutta la vita, lo avrei anche io l’umore alto tutta la vita fossi così come sei te gran cazzone avariato!

Provate a capire perchè vi si dicono certe frasi e certe cose a volte.
Nessuno si alza la mattina dicendo “anche oggi facciamo di tutto perchè sia una giornata di merda e perchè così ci sentiamo vittime della società”.

Magari è solo una realtà che voi non potete capire, perchè non l’avete mai provata.
Ma esistono anche persone che fan fatica, ve lo assicuro.

 

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quando vuoi tu

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Perchè dobbiamo aver timore di fare una domanda ad una persona con cui avremmo la seria intenzione di far qualcosa?
Quante volte veniamo assaliti dalle idee più strambe ed allo stesso tempo più incredibili che potessimo mai pensare di avere, ma che inesorabilmente restano tali e non vengono mai sintetizzate o pronunciate dalla nostra voce?

Secondo me non abbiamo paura della risposta, ma del cosa ne seguirebbe.
Esatto, abbiamo paura del dopo-risposta.

Sarò più chiaro.

Il Mondo di oggi è costituito per la maggiore da relazioni che si snodano sui social network, il che implica che non per forza il rapporto tra persone debba esser diretto o di contatto fisico o visivo.
Le persone hanno più a che fare tra di loro mediante uno schermo ed una connessione wifi o roaming dati che sia, piuttosto che seduti su una panchina o al tavolino di un bar mentre prendono il caffè.
Sono anche sicuro che se contassimo il tempo ed il numero di parole che ci diciamo durante una giornata con una persona, fidanzata, moglie o amica che sia, sarebbe sempre maggiore la quantità “virtuale” rispetto a quella “live”.
Bellissimo potrete dirmi, trionfo immenso della tecnologia ed intuizione funzionalissima per coloro i quali non avrebbero la possibilità di essere in contatto quotidianamente con qualcuno a cui vogliono bene.

Questo non lo metto in dubbio.

Ma così come si è rivoluzionato il modo di rapportarsi e tenersi sempre in contatto con qualcuno in senso positivo e costruttivo, pensate anche a come si sia ridotta a zero la velocità nel tagliare i ponti.

Fino a che si aveva a che fare con una persona all’interno di un contesto sociale in cui magari le abitudini erano simili, la si vedeva quasi ogni giorno, il tempo e le esperienze condivise, le parole dette, le emozioni provate avevano tutte la stessa natura “fisica” e diretta, era ovvio che non si fosse in grado (anche solo per una questione di sinergie che si erano create con il tempo) di dire da un secondo all’altro “basta” con conseguente blocco dai vari Social network e quindi la cancellazione quasi totale della nostra persona virtuale.

E allora, pur di non perdere questa nostra dimensione virtuale raggiunta con una determinata persona, preferiamo rimanere “i noi attraverso il telefono” e distanti fisicamente, piuttosto che chiedere di uscire a cena o di andare in vacanza assieme a qualcuna con il rischio di esser bloccati e non provare neanche più la misera seppur piacevole emozione del rapporto attraverso il Social.

Oggi purtroppo funziona proprio così, siamo ormai diventati due persone in una:
quella reale e quella Social.

Quella reale è quella che conoscono le persone che con noi passano del tempo.
Quella Social è quella che gli altri “usano” per dire di conoscerci guardando ciò che pubblichiamo giorno dopo giorno su Instagram o Facebook.
Quella reale è quella con cui parliamo e abbiamo un confronto.
Quella Social è quella che leggiamo negli stati o che vediamo nelle foto, limitandoci a questi elementi per giustificare il pensiero su di essa.
Quella reale è quella che arrossisce di fronte ad un complimento o che balbetta mentre ne articola uno.
Quella Social è quella che di complimenti ne scrive a nastro perchè tanto non percepisce imbarazzo attraverso un messaggio scritto su Whatsapp, e poi magari di persona manco ti guarda in faccia mentre ti parla.

Non voglio fare il detrattore dei social network sia chiaro, perchè sarei falso ed incoerente.

Dico solo che ho paura di perdere la bellezza immensa e la sensazione unica del dire ad una persona quanto sia bella guardandola negli occhi, invece che scriverglielo per messaggio e vedermi rispondere con la faccina a cuoricini (cosa che in ogni caso apprezzo tantissimo e ci mancherebbe altro).

Così come vorrei avere la libertà di scrivere ad una persona senza il terrore inconscio di venir cancellato dal suo database:
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E ricevere in risposta:

quando vuoi tu“.

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Viviamo perché dobbiamo.

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Viviamo in una società nella quale crea più scompiglio e spirito 68ino la cessione di un 18enne alla seconda stagione in una squadra di serie A considerato già bandiera della dinastia societaria manco fosse Gesù Cristo risorto, paragonandolo a giocatori con la G maiuscola di ere ormai passate, e che prima di esser considerati tali avevano vestito la maglia della loro squadra almeno 300 volte e non 30.

Una società nella quale chi fa un incidente perché sotto effetto di alcool o sostanze stupefacenti è innocente e la colpa è del muretto che ha attraversato la strada o dell’albero che si è spostato di colpo senza metter la freccia.

Un Mondo in cui se si vede qualcosa di incustodito su un tavolo, tipo soldi, occhiali, cellulare o chissà cosa, ci si sente in diritto di appropriarsene in quanto lasciato lì, magari per un minuto, mentre tu sei andato in bagno.

Una Nazione dove ti obbligano a fare il biglietto del treno a bordo con maggiorazione di minimo 50 euro perché dalla biglietteria risulta tutto prenotato, e poi un momento che sei in viaggio scopri che più della metà delle carrozze siano vuote e non riservate.

Paesi in cui ci sono più buche nelle strade che macchine che le percorrono e ratti in giro rispetto che persone, ma con autovelox tarati sui 30 all’ora che manco se tengo la macchina spenta riesco ad andare così piano.

Luoghi dove puoi solo immaginare come sarebbe bello fare una passeggiata, perché così come ci entreresti chissà in che modo ti farebbero uscire.

Un Mondo in cui quando in una coppia uno dei due fa le corna all’altro o all’altra la colpa non è mai la sua, ma della persona con cui lui o lei ha tradito il partner.

Un Mondo in cui chi fa le cose fatte bene, ci prova o comunque ci crede, si vede sempre declassato e surclassato da chi le cose le fa come c***o vuole.

A vivere siamo comunque vincolati e costretti, la vita è un dono e va vissuta al meglio delle nostre possibilità. Dipende da noi come e in che modo.

Io ho smesso di guardare e sentire gli altri, guardo me e basta, sento le mie emozioni e le mie vocine interiori. Gli altri li faccio parlare.
Se faccio bene e del bene il merito sarà mio allo stesso modo dell’eventualità nella quale dovessi far male.

Continuerò a ripeterlo per sempre:
“non puoi scegliere di non soffrire a questo Mondo però puoi scegliere per chi soffrire. E a me piace la mia scelta”.

Anche se non di sofferenza ma di modo di affrontare la vita si tratta.

Buona serata.

 

 

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Festa della donna, non donna della festa.

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“Ci sono donne che lo sono ogni giorno dell’anno,
così come ci sono troie che lo sono ogni secondo del Creato.

Non mischiatevi oggi, tantomeno e soprattutto stasera.
Rimanete quelle che siete.
Ne va di voi e del vostro essere Donna con la D maiuscola.”

 

Parole pesanti vero? Lo credo anche io, ma non sapevo come meglio descrivere il mio stato d’animo odierno, specie dopo aver fatto un giro sui Social, letto qualche giornale e ascoltato 20 minuti di radio.

Eh già.

Perché ormai come da tradizione ogni 8 Marzo, da quando penso di avere iniziato a capire qualcosa su come gira il Mondo in cui vivo, sto assistendo ad una tra le più grandi sagre delle minchiate esistenti.

Leggo di persone che hanno trattato, trattano (e forse tratteranno) le donne come bambole gonfiabili, che improvvisamente fanno gli auguri più dolci e commoventi della storia alle “donne” della loro vita.
Leggo di ragazze che potrebbero insidiare la santità di Madre Teresa, che si indignano perché altre ragazze non comprendono il motivo della ricorrenza e si preparano esclusivamente per la serata in cui saranno un pò più le libertine del solito.
Come se per alcune il resto dell’anno fosse un’alternanza tra conventi di clausura o collegi di studio.
Infine leggo quei bellissimi ed importantissimi, e qua non sono ironico, messaggi di solidarietà nei confronti di quelle donne che hanno subìto violenza o che purtroppo hanno avuto a che fare con “uomini” che dovrebbero stare in gabbia in qualche zoo o sdraiati su qualche lettino di qualche centro sperimentale.
E sarebbe comunque un insulto alle cavie vere e proprie.

Peccato solo che a scriverlo siano poi le stesse donne che, ahimè per loro, sono le prime a farsi trattare in modi indegni e che ho ribrezzo a descrivere dai loro “uomini” ogni altro giorno dell’anno.
Ma che comunque li esaltano in ogni dove.

Ora mi chiedo e vi chiedo, secondo voi se per 364 giorni fate le cose al contrario della normalità, può bastare un giorno di condivisibile ipocrisia su svariati fronti per potervi redimere e far sentire quindi donne voi e stronzi tutti gli altri?
Siete la rovina di questo tipo di celebrazioni.
Dovreste solo che far finta di niente come tutto il resto dell’anno e lasciar festeggiare chi può e deve farlo davvero.

Ma se nessuno nasce perfetto, va da sé che neanche un genere possa essere perfetto rispetto all’altro.
Quindi tranquille ragazze che state leggendo, anche noi maschietti non scherziamo per niente.
Ci va solo bene che nessuno abbia pensato di dedicarci un giorno dell’anno.

Detto questo, tanti auguri a tutte le donne, tutte.
Nessuna esclusa.

Sperando che questa resti il più a lungo possibile la festa della donna che tale vuole rimanere e che lotta con tutti i suoi mezzi affinché nessuno e nessuna possa trasformarla nella triste ed irriguardosa donna della festa.

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